TIZIANO TERZANI.
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UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA.
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Parte 4.
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2004. Longanesi & C. Editore, Corso Italia, MILANO.
ISBN 88-304-2142-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Indice di questa parte.
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FILIPPINE.
Salvi per magia.
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HIMALAYA.
Polvere di mercurio.
Un flauto nella nebbia.
.. e il bicchier dacqua?
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ARRIVO.
Nelle nuvole.
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Fine Indice.
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FILIPPINE.
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SALVI PER MAGIA.
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Il bambino  immobile, a torso nudo, disteso per terra. Un uomo impugna un coltello e gli taglia la 
gola da un orecchio allaltro. O almeno, cos pare. Il sangue gli gronda sul petto. 

 mio figlio, urla luomo rivolto alla folla. Ma lo debbo sacrificare. Me lo ha chiesto la dea Kali. Non ho scelta. E si appresta a dare un ultimo colpo per staccare al bambino la piccola testa che gi appare mezza mozza. Dalla folla inorridita si alzano delle grida: No! No! Aspetta. Il bambino  ancora vivo e sgrana gli occhi. Luomo sembra indeciso. Volete davvero salvarlo?, chiede. S! s!, grida la folla. 

Un modo c, dice luomo. Kali accetterebbe la testa di una capra invece della sua, ma io sono 
povero e una capra costa tanti soldi. Aiutatemi a salvarlo. Datemi qualcosa. Ognuno di voi, qualcosa.  Dal pubblico cominciano a piovere tante monetine che cadono attorno ai due. 

Grazie. Grazie, sussurra luomo e lentamente stende una vecchia coperta su quel corpicino. Poi 
alza le mani al cielo e, rivolto alla dea Kali, la prega di ridargli il figlio sano e salvo. La folla  ammutolisce: sotto la coperta qualcosa si muove. Luomo dun colpo la tira via e il bambino tutto dun pezzo, con la testa intatta sulle spalle salta su e corre a raccattare i soldi per terra. Il padre, sorridente, si mette platealmente con un cencio a pulire il coltellaccio insanguinato. 

Sulle piazze dellIndia lo spettacolo si ripete e la gente, pur sapendo come va a finire, torna, ogni volta con nuova curiosit, a farsi impaurire, divertire e alla fine a pagare.  successo cos da secoli - non solo in India -e la reazione del pubblico, la nostra reazione,  sempre la stessa perch ha a che fare con qualcosa di profondo nellanimo umano che non cambia coi tempi, n coi luoghi: il desiderio di guardare al di l, di vedere un mondo diverso da quello che conosciamo. 

Quello che istintivamente ci piace nei maghi, che ci affascina nei prestigiatori  il fatto che ogni volta sono capaci di sorprenderci. Il loro potere  irresistibile. Sappiamo bene che  impossibile tirare fuori da un cappello vuoto conigli e piccioni, che non si pu segare in due una donna e poi farla miracolosamente riapparire tutta intera, eppure siamo pronti a guardare e riguardare la stessa scena, ogni volta contenti di farci ingannare. 

Certo, tutto  dovuto a un trucco, ma quasi non lo vogliamo scoprire per non toglierci il piacere 
dellillusione. Sappiamo che il mago non cambia la realt; cambia solo il modo in cui noi la percepiamo. Ma gi questo ci lascia a bocca aperta e spesso ci lascia persino con un filo di inconfessata speranza che il mondo possa essere miracoloso come il mago ce lo fa apparire e non com. 

Sui guaritori filippini e la chirurgia psichica con la quale toglierebbero dal corpo della gente tumori e altre diavolerie senza lasciare alcuna traccia di tagli, come nel classico caso indiano del bambino decapitato, sapevo pi o meno tutto quello che cera da sapere. Una quindicina danni prima me nero occupato da giornalista, ero stato per due settimane alle calcagna di alcuni famosi guaritori del momento, li avevo osservati operare, avevo parlato coi pazienti miracolati e quelli no, e le conclusioni a cui ero arrivato erano quelle comuni ai pi che se nerano occupati prima di me: i guaritori sono maghi; i loro miracoli sono frutto di abilissimi trucchi che, a occhio nudo, pur da distanza ravvicinata, non  facile scoprire. 

Anchio non cero riuscito. Avevo visto occhi tolti dalla loro orbita risanati e rimessi a posto (un altro classico di magia indiana in cui erano specializzati i fachiri, ho poi scoperto); avevo visto grumi di sangue e pezzi di carne uscire dalla pancia e dalla gola della gente, ma onestamente non potevo dire daver capito con esattezza come i guaritori creavano quella illusione. Unillusione cos realistica che aveva fatto raggelare anche me. 

Durante quelle due settimane era successo questo. Folco, mio figlio allora sedicenne e interessato al 
paranormale, mi aveva accompagnato nelle Filippine. Un giorno a Manila, quando uno dei guaritori che 
seguivamo, alla fine di tante operazioni, chiese se qualcun altro aveva bisogno di aiuto, Folco, che da 
giorni scalpitava per provare, si fece avanti. Il suo problema era quello di tanti giovani della sua et: 
credeva davere unincipiente acne sulla faccia. 

Il guaritore gli fece togliere la camicia, lo distese sul lettino, gli mise un crocefisso nella mano destra 
e gli disse di chiudere gli occhi. Poi con una mano copr la gola di Folco e con laltra aggeggi sotto. Io 
ero vicinissimo, alzai la macchina fotografica, misi il fuoco a meno di un metro e cominciai a scattare, 
quando un fiotto di liquido rosso zampill da sotto il mento di Folco, gli riemp lincavo della gola, 
gli col sul petto. E io fui terrorizzato. Come avevo potuto permetterglielo? Come potevo mettere a 
rischio la sua vita tanto per soddisfare la sua curiosit giovanile o, ancor peggio, la mia giornalistica? 

Il panico dur poco. Nel giro dun minuto, forse anche meno, tutto era finito. Folco si rialz 
divertito e sorridente, e io, tornato giornalista, raccolsi di nascosto uno dei fazzoletti di carta con cui gli 
assistenti del guaritore avevano asciugato il suo sangue. Ma non feci per in tempo a mettermelo in 
tasca, per poi farlo esaminare come pensavo. La mano di uno di quei pii giovanotti guardaspalle del 
maestro blocc fermamente la mia, quasi me la storse finch non lasciai la presa e la prova 
dellinganno.37 

Da allora erano passati molti anni. La buona e cattiva fama dei guaritori filippini non era cambiata. 
Ma certo ero cambiato io. Sapevo qualcosa pi di prima sui meccanismi della mente, ero meno scettico 
su tutto ci che pu contribuire a guarire una persona, e soprattutto ero io un ammalato che, dopo 
aver usato tutti i mezzi a disposizione della medicina normale, si interessava al resto. 

Cos, quando sentii che il reverendo Alex Orbito, il pi grande guaritore filippino del momento, 
inaugurava nella sua cittadina natale, a Nord di Manila, la Piramide dellAsia per fame il Centro 
Mondiale della Salute decisi di unirmi alla carovana. 

Ho sempre avuto un debole per i filippini, per il loro ironico fatalismo, la simpatica prosopopea con 
cui imbellettano la loro miseria, il loro essere calorosi e di cuore aperto: i meno asiatici degli asiatici, i 
pi latini dOriente. Umanamente li ho sempre sentiti molto affini, forse perch, come a me, anche a 
loro piace poco stare nel seminato. 

La jeepney, versione allungata e filippinizzata della vecchia jeep militare americana, usata come taxi 
collettivo  tipica del paese. Ridotta strutturalmente allosso, coi sedili pi scomodi che ci si possa 
immaginare, la jeepney  per unesuberante dichiarazione di gioia con tutte le sue bandierine 
svolazzanti, una vera tromba per clacson e le fiancate dipinte con immaginari paesaggi, le facce dei divi 
cinematografici e i pi strani messaggi. Sulla prima jeepney che mi capit di vedere uscendo 
dallaeroporto, a caratteri cubitali cera scritto: Preparati. Ges sta per arrivare. 

Il centro operativo della grande kermesse legata alla Piramide dellAsia era in un grande albergo sul 
Rochas Boulevard. Degli striscioni verdi davano il benvenuto alle delegazioni straniere. Nellingresso 
cera un bancone per registrarsi, poi ognuno andava a ritirare una borsa da congressi, quelle con su 
scritto le date e il luogo dellavvenimento e con dentro il materiale da leggere, il programma, il blocco 
per gli appunti e la penna ricordo. 

Bastava guardarsi attorno per capire che Alex Orbito era oramai una sorta di multinazionale, con 
una sua agenzia di viaggio, la Orbitours, a disposizione di tutti per organizzare escursioni, servizi di 
guarigione e shopping, come diceva il dpliant nella borsa, un ufficio di pubbliche relazioni e tante 
filiali in varie parti del mondo dove ogni anno Orbito andava a operare a catena centinaia di persone. 

Attorno a lui cera di tutto: in prima fila la famiglia, a dividersi le spoglie della sua fama, poi i 

37 Folco non ha poi avuto lacne, ma, secondo me, non ce laveva neppure allora. 


rappresentanti dei differenti paesi con un loro interesse e una partecipazione al suo successo, i veri 
ammalati, i malati immaginari, i solitari in cerca di qualcosa o qualcuno a cui attaccarsi e tanti fedelissimi 
seguaci, alcuni che si dicevano salvati da cancri terminali o altro, convinti davere dinanzi un uomo di 
luce, una sorta di dio in terra. 

Lui, come persona, era quasi invisibile. Non fosse stato per la devozione e la reverenza di chi gli 
stava attorno, non lo si sarebbe notato: un uomo di mezza taglia, vestito come un viaggiatore di 
commercio, magro, dallaspetto insignificante, con una faccia che a me, istintivamente, ispir subito 
poca fiducia, come il fatto che si tingesse i capelli per mascherare -chi sa perch -la sua naturale 
canizie. 

Alex Orbito, reverendo degli Espiritualistas, una setta cattolica tutta filippina, era nato nel 1940, 
ultimo di quattordici fratelli, quasi tutti guaritori o veggenti, da una madre lei stessa medium. Le storie 
agiografiche sulla sua vita, parte del materiale nella borsa, spiegavano che Pangasinan, la regione in cui 
Orbito e tanti altri guaritori prima di lui erano nati, era caratterizzata da ununica concentrazione di 
energie dovuta alla avanzatissima civilt di un antico continente, Lemuria, scomparso in mare da quelle 
parti centinaia di migliaia di anni fa. 

Alex raccoglie nelle sue mani, specie sulla punta delle dita, quella energia eterica e ci gli permette 
di penetrare la materia a livello cellulare e anche sub-atomico dove materia ed energia sono 
intercambiabili. Questo  un fatto accettato anche dalla fisica quantistica, lei lo sa. Lenergia non  di 
Alex,  di unentit superiore. Alex  solo il canale. 

Era il tipico linguaggio che mi faceva attorcigliare le budella, ma mi trattenni. Il responsabile delle 
pubbliche relazioni di Orbito, un anziano ex giornalista, avendomi visto a giro nella hall e avendomi 
subito identificato come un non-delegato, si era molto abilmente presentato citandomi Kierkegaard: Ci 
sono due modi di farsi ingannare: uno  credere in qualcosa che non  vero; laltro  non credere in 
qualcosa che  vero. Poi sera molto diligentemente dedicato a vendermi in ogni modo possibile 
Alex, la sua fede (Alex vede le Filippine come il ponte fra Oriente e Occidente della new age: una 
luce cristiana che illuminer spiritualmente il mondo intero) e i suoi miracoli. 

Non ero ben disposto a quelle chiacchiere, ma lo ascoltai perch alla fine si impara sempre qualcosa. 
A me interess, specie detto da lui, che Orbito non sapeva niente di anatomia e non voleva vedere 
radiografie o altri esami medici dei pazienti da guarire. Il suo modo di affrontare la malattia e il malato 
era completamente diverso. 

Dopo un po lo salutai e andai a trovarmi una camera in un piccolo albergo che conoscevo a Pasay 
City. 

Il giorno dopo, mentre le delegazioni in mano alla Orbitours facevano escursioni e shopping, andai a 
giro per le strade di Manila. Lo spettacolo di miseria era a volte cos disperante da farmi venire una 
sorta di simpatia per Orbito e quei malandrini dei suoi accoliti e parenti, che tutto sommato avevano 
trovato un modo di uscirne. Altri filippini continuavano a cercare un modo loro. 

Nel quartiere di Mabini, davanti agli uffici di collocamento per disoccupati, chiamati filippinamente 
Centri per lo sviluppo delle risorse umane, cerano le solite file di quelli che sperano di imbarcarsi o di 
essere assunti in un qualche paese del Medio Oriente. Una giovane donna, invece, accarezzava 
gentilmente un vecchio europeo un po brillo sulla via di incassare lassegno di una qualche pensione 
delettricista. Ogni cartello che leggevo era una speranza: Cercasi Infermiera. URGENTE. Era stato 
forse urgente ventanni fa a giudicare dalla scritta scortecciata e stinta, come quelle che annunciavano: 
Ginecologia, Pediatria, Raggi X. Allora quasi meglio i guaritori! 

Eppure nessuno rinunciava a sperare. Non quelli che facevano la fila per un visto e un lavoro, non 
quella donna che mi faceva grandi cenni e sorrisi con una bocca sdentata, fingendo una mossa di danza 
davanti a una baracca di cartone, non i malati allultimo stadio che venivano da Orbito sapendo che 
solo uno dei suoi miracoli poteva salvarli. 


Ma esistono davvero? Cosa sono i miracoli? Certo. Esistono e sono miracoli perch capitano una 
volta ogni tanto, perch sono qualcosa di insolito, qualcosa che non capiamo, perch sono 
uneccezione alla regola del non-miracolo. Si dice che a Lourdes avvengono i miracoli. Sono sicuro che 
avvengono. Quel che  assurdo  dire che lacqua di Lourdes fa camminare gli storpi e vedere i ciechi. 
Lacqua di Lourdes  come tutte le altre acque, non fa nulla, non guarisce nessuno; al massimo toglie la 
sete. Succede per che, fra le migliaia di persone che vanno a Lourdes al costo di grandi sacrifici, l in 
mezzo ai canti, alle implorazioni, ai lamenti e alle preghiere, un cieco veda e uno storpio cammini. E 
lacqua acquista cos la fama di essere miracolosa. E in fondo lo  perch il berla fa guarire qualcuno. 
Se guarisse tutti sarebbe come laspirina che nel giro di mezzora fa passare il mal di testa a tutti quelli 
che la pigliano. 

In questo senso ero sicuro che Orbito faceva dei miracoli. Ma anche a gente come me? No. Questo 
mi era chiaro, cos come mi era chiaro che dovevo lasciare agli altri il diritto di sperarci. 

Nel pomeriggio ripassai dallalbergo della kermesse. Cerano stati nuovi arrivi specie di ammalati. I 
pi commoventi erano i bambini, quelli che conoscevo dallMSKCC, gialli, con gli occhi spauriti e le 
teste completamente glabre dalla chemio. Evitai luomo delle pubbliche relazioni, ma mi fermai a 
parlare con alcuni membri della delegazione tedesca, poi con gli italiani. 

Le storie di guarigioni miracolose che mi sentii raccontare erano sempre le stesse fino nei minimi 
dettagli: pazienti portati ormai come pacchi inerti che Orbito rimetteva in vita, tumori al cervello che 
sparivano facendo poi esclamare ai normali medici: Ma questa  magia nera! In tutte le storie veniva 
sottolineato un punto: guarisce chi  pronto. Non  indispensabile avere la fede, ma uno non deve 
essere negativo. A forza di ascoltare, avevo io limpressione di diventarlo sempre di pi. E mi 
preoccupavo perch una delle storie che tutti ripetevano  che Orbito fiuta immediatamente quando 
attorno c qualcuno che porta negativit e lo fa cacciar via perch altrimenti le operazioni non 
riescono. Gi mi sentivo scoperto. 

Fra gli italiani ce nera uno abilissimo nel presentare il punto di vista dei fedeli. I guaritori, diceva, 
sono una combinazione di induismo (pensava alla magia?), tradizione sciamanica e carit cristiana. I 
guaritori indicano il futuro perch lumanit ha raggiunto il limite e ha bisogno ora di un nuovo 
strumento di conoscenza Anche Virgilio che  stato con Dante durante il suo viaggio, si ferma 
dinanzi alle soglie del paradiso e gli dice: Tu ora hai bisogno di una guida che non sono io. A quel 
punto la ragione non basta pi, ci vuole il cuore I guaritori filippini indicano la nuova via per capire il 
mondo. Loro sono in una posizione unica per farlo perch hanno la tecnologia per canalizzare lenergia 
spirituale Alex  la punta di diamante di questa scuola Altri guaritori come Sai Baba non 
rimuovono la negativit. Alex invece dinanzi a quella si congela, fa il vuoto nella sua mente, diventa il 
canale del Grande Angelo e la rimuove Quando Alex d consigli a qualcuno su cose che non sa, 
mentre parla ascolta un suono nei suoi orecchi. Se il suono  piatto vuol dire che dice la verit e 
continua, se il suono  acuto sa che quel che dice non  giusto e deve correggersi Non bisogna dirlo 
a giro, ma a volte quando Alex vede che una persona non ha scampo dice: Ti benedico e con quello 
gli d lenergia che lo spinge pi svelto verso la morte, una morte armoniosa La mano di Alex 
penetra nel corpo dei pazienti con la stessa facilit con cui una mano affonda nellacqua perch lui entra 
in risonanza col corpo. Tutto nel mondo  risonanza 

Passai un paio dore cos e mi sentii male. Ebbi limpressione che, a forza di ascoltare quei discorsi 
da matti, diventavo matto anchio. Forse era proprio questo influenzarsi a vicenda a creare le condizioni 
del miracolo, ma io non potevo rientrare in quel noi. 

Prima di lasciare lalbergo, andai allufficio della Orbitours a chiedere come potevo arrivare alla 
piramide. Era gi tutto previsto: non ero un delegato, ma ero stato assegnato a uno degli autobus 
italiani. Lidea di passare ancora sei o sette ore con quei fedeli a sentire di nuovo il loro punto di vista 
mi spaventava, ma ebbi fortuna. Due telefonate che feci in serata mi salvarono. Una fu a Frankie, un 


vecchio amico scrittore (partiva lui stesso per il Nord e mi avrebbe volentieri accompagnato fino alla 
piramide); laltra fu al pi grande studioso dei guaritori, un professore dellAteneo di Manila, la 
prestigiosa Universit cattolica delle Filippine. Era libero e disposto a vedermi. Che andassi lindomani. 

Padre Jaime Bulatao, ottantenne, gesuita, fondatore della prima Facolt di Psicologia delle Filippine 
e da quarant'anni lui stesso psicoterapeuta, mi aspettava seduto nella poltrona del suo studio pieno di 
libri. A causa di una paralisi, riusciva a mala pena a muovere il suo corpo, aiutandosi con un lungo 
bastone di alluminio, ma la testa gli frullava benissimo, libera, in ogni direzione e, dopo tutti i discorsi 
fideisti e miopi dei credenti, la sua bella dose di intelligenza senza pregiudizi, combinata alla saggezza 
e alla curiosit, mi fece un gran bene. 

Per decenni padre Bulatao aveva esplorato lanimo filippino; si era occupato da osservatore e da 
protagonista del fenomeno guaritori, e aveva risposte per tutte le mie domande e i miei dubbi. 

Incominci, molto discretamente, con laccertarsi se ero venuto da lui come giornalista, solo per 
tiragli fuori un paio di citazioni tanto per smascherare i guaritori. Questo, nel frattempo, era gi stato 
fatto da vari settimanali internazionali e soprattutto da un documentario della televisione tedesca, ma 
non serviva granch, disse. Esporre i trucchi dei guaritori, dimostrare che il sangue non  sangue o che i 
tumori che vengono fuori dalla pancia della gente sono interiora di pollo, non era il punto importante 
della questione. Secondo lui bisognava capire se i trucchi servono a qualcosa e perch. 

 e se servono a curare la gente, ben vengano! concluse. 

Sentii subito che aveva una certa simpatia per i guaritori, specie per alcuni grandi del passato. I 
guaritori erano filippini, lui era filippino e gli stranieri, che arrivavano l a dare sbrigativamente una 
risposta semplice a un fenomeno complicato, non gli andavano forse a genio. In fondo i guaritori erano 
anche suoi colleghi. E non fece mistero della sua reputazione di esorcista. Usava altri mezzi, soprattutto 
lipnosi, ma anche quei mezzi potevano essere considerati come una forma di magia da una mente 
scettica. 

Lo rassicurai. Venivo dallIndia, patria della magia e avevo studiato il Vedanta, lo zoccolo ideologico 
di una civilt che vede lintero universo come maya38 -una illusione -, dio come il mago in cielo e il 
prestigiatore del bazar ancora oggi un po come dio in terra. Mi pareva daver capito, dissi, quanto 
erano state vicine, specie alle origini, magia e religione, e quanto era facile far confusione fra maghi e 
sacerdoti, fra spettacolo magico e rito religioso. Gli raccontai che nei Jataka, le storie delle vite 
precedenti di Buddha, ci sono tanti episodi di magia e che negli Annali Cinesi del II secolo dopo Cristo 
c la storia di un mago indiano che alla corte dellimperatore del tempo impression tutti facendosi, 
apparentemente con le proprie mani, un buco in pancia per poi tirar fuori da l metri di budella 
esattamente come i suoi colleghi! 

Padre Bulatao era divertito e i suoi occhi sorrisero dietro le lenti spesse. Poi, come per dare una base 
teorica alla nostra conversazione, disse che dovevamo convenire sul fatto che la nozione di realt  
molto relativa e che ogni cultura ha la sua definizione di ci che  reale. Quando una credenza  
radicata nella cultura di un popolo, quella credenza diventa realt, disse. Ero daccordo. 

Secondo lui, ad esempio, per i filippini il mondo degli spiriti  reale quanto quello della materia e 
ogni fenomeno che non ha una normale spiegazione viene con estrema naturalezza attribuito appunto 
agli spiriti. I medici non riescono a curare una malattia? Bisogna identificare lo spirito responsabile e 
pacificarlo. Per proteggersi dagli spiriti ci sono gli anting-anting, gli amuleti, e le preghiere. Esistono poi 
persone che hanno speciali poteri sugli spiriti, come il classico herbolaryo, lerborista-mago-guaritore 
dei villaggi, o come certi sacerdoti. Lui era uno di quelli. 

Gli spiriti sono parte della vita filippina come voi europei non potete immaginare, disse. Pensi al 
Pantheon di Roma. 

Era un tempio dedicato agli dei romani, ma bast la benedizione di un papa per fame una chiesa. Gli 

38 Da questa parola sanscrita, maya, verrebbe appunto la parola magia. 


antichi dei scomparvero e non si fecero pi vivi. Nelle Filippine questo sarebbe stato impossibile. Qui 
gli spiriti degli alberi, dei fiumi, delle montagne di secoli fa continuano a vivere e a entrare nei corpi 
della gente di oggi. 

Era in questo contesto, secondo padre Bulatao, che andavano visti i guaritori in genere e il 
fenomeno pi recente della chirurgia psichica. Dalla libreria tir fuori un libro con le lettere scritte nel 
1603 da un suo collega gesuita, padre Pedro Chirino che, appena arrivato, descrisse come i filippini del 
tempo proprio l dove ora stava luniversit organizzavano grandi e cruente cerimonie per placare gli 
spiriti e far guarire la gente. 

Gli spagnoli fecero di tutto per sopprimere quelle pratiche, ma non ci riuscirono mai completamente 
e alla fine dellOttocento, con gli Espiritualistas, influenzati da un missionario francese, quelle pratiche 
tornarono a essere diffuse e popolari. Il capo di quella rinascita era stato un tale Terte della regione di 
Pangasinan. Lui aveva re-introdotto la tradizione del sangue e da lui, o dai suoi allievi, avevano 
imparato tutti i famosi guaritori. Uno di questi era stato un grande amico di padre Bulatao e con lui non 
aveva fatto mistero dei trucchi: per simulare il sangue umano usavano vesciche piene di sangue animale 

o di un liquido che faceva pensare al sangue. 
Limportante, disse padre Bulatao,  che le persone si aspettano qualcosa e quel qualcosa avviene. 
Si aspettano di guarire e guariscono. Il sangue e lillusione che il chirurgo entra con le sue mani nel 
corpo fanno parte di quellaspettativa. Linganno  necessario. 

Anche a lui nella sua pratica capitava di dover inscenare una operazione per far guarire un paziente 
e mi raccont il caso di una donna incinta che non mangiava pi. Improvvisamente era diventata 
anoressica. Dentro di s sentiva dei giudici che le dicevano: Non sei degna di diventare madre. Lui la 
ipnotizz, le mise un sacchetto di carta allorecchio e cominci a dire: Fuori un giudice fuori un 
altro. Ogni volta le tirava lorecchio. Lo fece sei volte e si ferm. La donna, uscita dallipnosi, disse di 
stare meglio. Ma lui la mise in guardia. Non era finito. Doveva tornare lindomani per togliere il settimo 
giudice. 

Perch  cos, mi spieg padre Bulatao. Culturalmente si dice che uno  posseduto da sette 
diavoli. E lei inconsciamente lo sapeva. 

La donna torn e, dopo la rimozione dellultimo giudice, riprese a mangiare ed ebbe una normale 
gravidanza. 

Di solito il metodo usato da padre Bulatao non richiedeva alcuna messa in scena. Metteva il paziente 
in ipnosi e gli parlava. Mi rifer il caso di una bambina con una leucemia oramai incurabile che 
dallospedale era stata rimandata a casa a morire. 

I valori del suo sangue erano bassissimi. La misi in trance poi mi rivolsi al suo midollo spinale e gli 
dissi di come nasce il riso. Quando lo si semina i grani scompaiono nella terra, poi vengono le piogge, le 
piantine germogliano, crescono e quando tira vento piegano la testa. Poi sotto le foglie compaiono i 
chicchi, tanti, tanti chicchi. Il riso era un modo di parlare allinconscio. La bambina si addorment e in 
dieci giorni i valori del suo sangue erano tornati quasi normali. 

La bambina era vissuta ancora tre anni. Poi si era riammalata e anche lui non aveva potuto farci 
nulla. 

Mi spieg che i bambini per tutti i guaritori, e anche per lui con lipnosi, erano i pi difficili da 
trattare perch era molto pi difficile rivolgersi al loro inconscio che a quello degli adulti. 

Tutto comincia e finisce nella mente, continu. Mente e corpo non sono due entit separate, 
come ha creduto Cartesio. Quello  stato un errore madornale di cui ancora oggi paghiamo le 
conseguenze. Mente e corpo sono integrati e la mente controlla la materia. Su questo non ci sono 
dubbi. Pensa a una bella donna e il tuo corpo reagisce. Taglia un mango fresco e ti viene lacquolina in 
bocca. 

Secondo padre Bulatao tutta labilit del guaritore sta nellusare della magia per far funzionare quel 
meccanismo. La mente soggettiva, spieg, non ha una sua lingua e deve prendere in prestito la lingua 


del mondo obbiettivo; in altre parole ha bisogno di vedere il sangue e il male che viene portato via. 
Questo, disse,  particolarmente vero con gli stranieri la cui mente, anche nella parte inconscia,  molto 
pi legata alla materia della mente filippina. 

Loperazione che i guaritori come Orbito fanno  comunque simbolica. Quello che viene tolto dal 
corpo  solo una materializzazione, ad esempio del tumore, non il tumore in s. Per questo le 
operazioni sono quasi tutte uguali e avvengono tutte nelle parti molli del corpo qualunque sia la 
malattia di cui il paziente si lamenta. I guaritori dicono di togliere tumori e negativit, concluse 
padre Bulatao, ma nessuno di loro  mai stato in grado di togliere precisamente unappendice o le 
tonsille. 

Il primo passo del processo di guarigione di cui stavamo parlando, consisteva, secondo lui, nel 
portare il paziente a uno stato alterato di coscienza, cio a farlo rompere col normale modo di percepire 
e di reagire al mondo. 

In ognuno di noi esiste una riserva inconscia di esperienze passate e di poteri che non sono 
raggiungibili dalla nostra mente razionale, continu. Quando abbiamo un problema, una malattia ad 
esempio, la nostra mente razionale cerca una soluzione, spesso non la trova e si blocca. Finito qui? No. 
Se in qualche modo la mente razionale viene messa da parte, allora il potenziale del subconscio si 
mobilita per rimediare al problema e trovare la sua soluzione. E qui padre Bulatao tir la conclusione 
di cui io stesso ero sempre pi convinto: Il nostro corpo ha un suo sistema di autocura. Va 
semplicemente attivato. Occorre uno stimolo. 

Gli stimoli, ammise, potevano essere i pi vari: dalla imposizione delle mani, alla meditazione, lo 
yoga, la fede in un santo, in una persona, un guaritore, le preghiere o -e laggiunta mi piacque -gli 
esercizi di contemplazione insegnati da santIgnazio di Loyola, il fondatore del suo ordine, i gesuiti. 

Ho sempre avuto un debole per loro. Pi spregiudicati, pi colti, e in fondo con una fede pi solida 
di tanti altri perch messa alla prova dellintelligenza. 

A un certo punto nella conversazione, quando lui ripet che  la mente a controllare la materia e che 
certi stimoli semantici producono gli effetti che noi chiamiamo miracolosi, lo sfidai: 

Allora, non esistono i miracoli? 

Si ferm e mi guard fisso con i suoi occhi immensi dietro le lenti spesse. Non poteva accettare la 
mia conclusione perch sapeva bene quanto importanti sono i miracoli per la Chiesa. 

Ma non  il mondo un intero miracolo? E chi ha fatto la mente e il suo potere? Quello  il vero, 
grande miracolo, disse e mi fece pensare al Swami che parlava sempre del jagat, il mondo, cosi 
intelligentemente messo assieme. Due uomini di culture, di tradizioni completamente diverse, ma in 
fondo in fondo non tanto lontani. 

Come vedeva la Chiesa questo fenomeno dei guaritori?, gli chiesi. 

Mi rispose raccontandomi la storia di Jonny Mezzanotte, una storia che aveva occupato i filippini 
per mesi e mesi. 

Jonny Mezzanotte era un guaritore che faceva i suoi miracoli per radio. Aveva un programma che 
andava in onda alle quattro del mattino. Allinizio, a quellora pochi lo ascoltavano, ma presto il suo 
successo divenne tale che a Manila stavano alzati a migliaia per lui. La tecnica di Jonny Mezzanotte era 
semplice. Chiedeva ai suoi ascoltatori di mettere accanto allapparecchio radio un bicchiere dacqua. Lui 
con dei suoni trasmessi via radio avrebbe sintonizzato lacqua e portato la gente in un diverso stato di 
coscienza. Dopo un po chiedeva ai suoi ascoltatori di bere lacqua lentamente, molto lentamente. 

Tantissimi ascoltatori dicevano di essere guariti cos. Il solo problema di Jonny Mezzanotte era che, 
parlando alla radio, diceva: Io sono Dio e questo non andava bene alla Chiesa che per un po gli fece 
la guerra. Poi il capo della Chiesa filippina, il famoso cardinale Sin di Manila, invit Jonny Mezzanotte a 
colazione, lo ringrazi per il bene che faceva alla gente e gli chiese di lasciar perdere quella frase. Jonny 
Mezzanotte accett e il suo programma continu con grande successo. Poi anche lui, col tempo, era 
passato di moda. 


Secondo padre Bulatao, al momento restavano praticamente due tipi di guaritori popolari presso il 
grande pubblico: quelli che praticavano la chirurgia psichica, sempre pi dedicati agli stranieri e per 
questo appoggiati dal governo per il contributo che davano al turismo; e i guaritori tradizionali, quelli 
che non ricorrevano alla teatralit delle operazioni, ma si rivolgevano agli spiriti. 

Molti di questi, disse, appartengono a un gruppo chiamato I Nuovi Mistici. Vivono da poveri in 
mezzo ai poveri, non si fanno pagare, ma accettano piccole offerte che vengono lasciate in una scatola 
allingresso delle loro modestissime abitazioni. Questi guaritori curano la gente di solito entrando in 
trance, qualcosa che nella cultura filippina  sempre stato visto come un regalo divino, un modo per 
andare al di l del velo che ci separa dallaltro mondo. 

Padre Bulatao mi raccont il caso di un bambino, di quattro anni, sofferente di una rinite allergica. 
La madre, un medico lei stessa, dove aver provato ogni tipo di medicina allopatica, lo aveva portato da 
una mistica. Quella, in trance, aveva preso un calamansi, un piccolo frutto locale mezzo limone e 
mezzo mandarino, e gli aveva strizzato tutto il succo nelle narici, pregando. Dopo due di questi 
trattamenti il piccolo era guarito. 

La madre aveva raccontato la storia ai suoi colleghi medici e uno di loro avevo provato a trattare 
alcuni suoi pazienti allo stesso modo. Il risultato era stato disastroso con infiammazioni e irritazioni 
della mucosa nasale a causa del succo acido. Il medico era allora andato dalla guaritrice per capire cosa 
aveva sbagliato. E quella gli aveva risposto: Hai dimenticato le preghiere. 

C una dimensione psicologica nella medicina che oggi viene completamente ignorata. In queste 
condizioni la medicina  una cosa troppo seria per essere lasciata ai medici, disse ridendo. 

Era convinto che le future generazioni troveranno primitivo e barbaro il modo con cui oggi si 
affrontano la malattia e il malato. Pensava che il prossimo millennio non si sarebbe interessato tanto 
allo studio della realt fisica che  stata finora al centro delle nostre scienze, quanto allo studio di quella 
che lui chiamava la realt soggettiva, ossia la coscienza. 

Le ore erano passate senza che nessuno dei due se ne fosse accorto e quando io gli dissi che non ero 
mai stato ipnotizzato e che mi avrebbe fatto piacere provare con lui, lui si prepar ad accontentarmi. 
Ma solo a quel punto ci accorgemmo che i bidelli stavano chiudendo ogni stanza e se non andavamo 
via in fretta saremmo rimasti bloccati nelluniversit tutta la notte. 

Lentamente, lo accompagnai alla macchina che lo aspettava per riportarlo nella sua residenza. 
Peccato, perch quel desiderio di essere ipnotizzato - e da un gesuita! - mi  rimasto inesaudito. 

Puntuale, alle cinque del mattino, Frankie era con la sua macchina, guidata da un giovane nipote, 
davanti al mio albergo. Manila era ancora avvolta in un funereo grigiore di umidit e inquinamento. I 
semafori erano spenti, i mendicanti dormivano ancora abbracciati gli uni agli altri per scaldarsi sotto le 
loro coperte bagnate di guazza sulle aiuole spartitraffico di Rochas Boulevard e noi senza fermarci 
strisciammo sul bel lungo mare punteggiato di grandi palme. 

Frankie era loquace. Ci conoscevamo da un quarto di secolo, da quando io, arrivato per la prima 
volta a Manila, mi ero presentato alla sua libreria, Solidaridad, in cerca di consigli e di aiuto. Frankie 
Sionil Jos, il pi famoso scrittore in lingua inglese delle Filippine e un aperto oppositore della dittatura 
Marcos, aveva sedici anni pi di me e questo mi aveva permesso di farmi adottare. Da allora non cera 
stato nelle Filippine un importante avvenimento, un colpo di stato fallito o una rivoluzione mancata 
che non avessimo vissuto assieme e in cui io non avessi approfittato delle sue idee. Ora, tutti e due 
delusi dalla politica -la soluzione ai problemi delluomo doveva venire da qualche altra parte -, 
facevamo i conti con le nostre aspettative di un tempo, partendo dal ritornello di tutti i vecchi: Ti 
ricordi? 

Frankie indic la faraonica struttura del Film Center. Certo che mi ricordavo! Nel 1981 il presidente 
Ferdinando Marcos e sua moglie Imelda -quella con le centinaia di scarpe -avevano deciso di 
organizzare a Manila un grande Festival Internazionale del Cinema. Per questo avevano ordinato la 


costruzione, in riva al mare, di un modernistico, imponente edificio con cui volevano essere ricordati 
dai posteri. Ma i lavori presero pi tempo del previsto, e poco prima dellinaugurazione a cui i Marcos 
avevano invitato mezzo mondo, una parte del tetto cedette, intrappolando un numero imprecisato di 
persone. Mettersi a cercare i possibili sopravvissuti avrebbe rimandato lapertura. Venne cos deciso di 
coprire la parte crollata con colate di cemento e di tirare avanti. Si disse che dai trenta ai centocinquanta 
operai erano stati sepolti in quella tomba, alcuni ancora vivi che gridavano aiuto. Il Centro venne 
inaugurato in tempo, ma un disastro segu allaltro e nessuna istituzione, a cominciare dal Ministero 
degli Esteri cui venne poi offerto come sede, volle trasferirsi in quel posto spiritato. 

La novit del momento, disse Frankie, era che un centinaio di laureati e studenti delle tre grandi 
universit di Manila, alcuni ex allievi di padre Bulatao, avevano costituito un gruppo di volontariato per 
risolvere i problemi degli spiriti che avevano conti aperti con questo mondo e per aiutare i viventi con 
trattamenti gratuiti di psicoterapia e medicina alternativa. Si facevano chiamare i Cercatori degli Spiriti. 
Uno dei posti in cui erano intervenuti con successo, officiando messe e altri riti, era stato il Film Center. 
Gli spiriti erano stati finalmente rappacificati, il Film Center era tornato a essere normale e un libro era 
stato appena pubblicato su tutta questa faccenda. 

Per Frankie gli spiriti erano una quotidiana, accettata presenza nella vita dei filippini della sua 
generazione e in tutti i suoi romanzi, intesi a lasciare un documento di quella vita, gli spiriti sono 
protagonisti quanto gli esseri umani. Nella serie di racconti Rosales, dedicati al mondo contadino della 
sua infanzia, Frankie descrive i suoi primi incontri con i duendes, gli gnomi che abitano in ogni casa e 
che, spesso per rammentare agli uomini la propria esistenza, fanno sparire delle cose quando pi 
servono e le fanno ricomparire dopo essersi fatti tanto pregare. Sin (Peccato), il suo ultimo romanzo, 
tratta di unisola nel Sud delle Filippine, Siquijor, considerata da secoli un posto stregatissimo perch i 
galeoni spagnoli, provenienti da Haiti, ci portarono degli spiriti che, nel bene e nel male, si sono rivelati 
i pi potenti del paese. Ancora oggi, ogni Venerd Santo le donne dellisola si riuniscono in una caverna 
per comunicare con loro. 

Andando verso Nord, costeggiammo il Luneta Park, il grande spiazzo pubblico al centro di tanta 
storia delle Filippine. L il 30 dicembre 1896 venne fucilato dagli spagnoli Rizal, il poeta ed eroe 
nazionalista oggi al centro di un culto che lo vede sulla croce al posto di Cristo. L nel 1986, Cory 
Aquino, vedova di Ninoy, assassinato qualche tempo prima dai seguaci di Marcos, aveva promesso 
davanti a un milione di persone -Frankie e io eravamo fra quelle -di diventare presidente delle 
Filippine per riportare la democrazia, combattere la corruzione e dare alle masse povere del paese una 
giusta fetta della sua ricchezza. 

Non  cambiato nulla, disse Frankie. 

I poveri sono sempre poveri e molti di quelli che mangiavano due volte al giorno ora mangiavano 
una volta sola, ma chiamano quel pasto altanghap, una contrazione delle tre parole in lingua tagalog 
per colazione, pranzo e cena. 

Ma Luneta continuava ad avere le sue grandi manifestazioni di massa. Niente di politico o di 
rivoluzionario per. Ora erano i seguaci di un ex agente immobiliare fallito, diventato predicatore, a 
riunirsi ogni sabato pomeriggio su quella piazza. Ogni volta circa un milione. In stragrande 
maggioranza cattolici. Mostratemi il vostro passaporto, mostratemi il vostro portafoglio, urlava il 
predicatore dal podio. Presto in quel passaporto troverete il visto per il paese in cui volete andare. 
Presto nel portafoglio troverete i soldi di cui avete bisogno. Con quella promessa pi la benedizione a 
distanza delle tre uova che, avvolte in un fazzoletto, la gente portava alla riunione, quel tale aveva un 
gran successo. 

Passammo davanti alla vecchia, barocca chiesa di Quiapo dove Frankie anni prima mi aveva regalato 
il mio primo anting-anting per proteggermi contro gli spiriti maligni del paese. La piazza si stava 
riempiendo della solita colorata e sorridente folla di poveri e dei banchetti carichi di fiori, candele, 
amuleti e false reliquie. 


Appena lasciata Manila e la sua interminabile periferia di misere baracche affollate di gente che lascia 
le campagne in cerca di lavoro, le Filippine tornavano a esser piacevoli e ordinate. Possibile che 
nessuno abbia escogitato un sistema meno assassino di quelli provati da Mao e Pol Pot per convincere i 
contadini a restare poveri sui loro campi, invece che diventare mendicanti sui marciapiedi delle 
metropoli? 

Le risaie verdissime e inondate dacqua andavano piatte fino ai piedi delle montagne azzurre in 
lontananza. Gli abitanti dei villaggi dalle case coperte di paglia lungo la strada sembravano avere di che 
vivere e di che ridere in un continuo gioco senza drammi. 

Ci fermammo a fare colazione in un ristorante lungo la strada. Frankie era diabetico, e mise davanti 
a s tutta una batteria di pillole da prendere prima di mangiare, ma mi rassicur: anche i guaritori lo 
avevano aiutato. Il pi bravo era stato un tale Juan Blanche, morto nel frattempo. Lo faceva andare alle 
quattro del mattino perch diceva che quella era lora in cui i suoi poteri erano al massimo (la stessa ora 
in cui i rishi meditano nellHimalaya!) Gli pigiava un cucchiaio contro la sua pancia, sotto lombelico, e 
dalla pelle Frankie vedeva uscire del liquido marrone, come zucchero bruciato. 

Proprio zucchero, Frankie? 

Certo. Io poi stavo meglio. 

Ne era assolutamente convinto. 

Chiesi a Frankie cosa era successo ai guaritori che avevo seguito durante la mia inchiesta 
giornalistica. Uno era morto alcolizzato, un altro praticava ancora a Manila, ma era passato di moda. Il 
pi famoso, invece, Jun Labo, era diventato il sindaco della sua citt, aveva sposato una giapponese, poi 
era andato in Russia e l era finito in galera per pratica illegale della professione medica e per truffa. La 
moglie lo aveva lasciato, era tornata in Giappone, sera messa a fare la guaritrice, ma presto anche lei 
era finita in prigione. 

Avevo sentito che qualcosa del genere era successo anche a Orbito durante un suo giro in Europa. 
Per questo i suoi organizzatori italiani programmavano ormai le sue visite solo nella Repubblica di San 
Marino. Il mondo ufficiale e quello degli spiriti erano destinati a scontrarsi. Burocrati e guaritori non 
possono intendersi e i normali medici non possono accettare la sfida dei chirurghi psichici. Figurarsi le 
varie polizie dinanzi al sangue e a tutto il resto! Da qui i sospetti, le accuse e alla fine le manette per 
proteggere i cittadini. 

Ma non dovrebbe uno Stato, che volesse davvero proteggere i suoi cittadini, proibire la vendita 
indiscriminata delle sigarette di cui si sa per certo che provocano il cancro invece di proibire a dei 
maghi che danno la speranza di curarlo - e a volte anche ci riescono - di praticare la loro arte? 

Frankie mi dette ragione. Poi ebbe un ripensamento. 

Be, se quandero bambino la polizia avesse impedito allherbolaryo di fare il suo mestiere non mi 
ritroverei questa enorme testa, disse. 

Frankie era piccolo e tozzo e la sua testa, completamente calva e un po a pera, era davvero 
sproporzionata rispetto al suo corpo. 

Lherbolaryo passava dal villaggio al tempo del raccolto, disse. Il pi potente era uno gobbo. 
Tutta la famiglia si metteva in fila e lui a uno a uno ci guardava, ci esaminava come ci facesse una 
radiografia, poi ad alcuni dava dei consigli ad altri delle erbe. Una volta, credo di aver avuto sei o sette 
anni, quando venne il mio turno lherbolaryo mi appoggi una mano in testa e io me la sentii diventare 
caldissima e poi sempre pi grossa. Da allora sono brachicefalo. 

Avvicinandosi al Pangasinan passammo dei villaggi con al centro ancora intatte le case dei padroni 
costruite col primo piano di legno su colonne di pietra e le finestre coi piccoli quadrati di madreperla al 
posto dei vetri. Una tradizione che si stava perdendo, disse Frankie. 

Uno dei mutamenti che lo facevano pi disperare era il progressivo sparire di quella diversit che 
faceva delle Filippine, grazie alle sue tante isole abitate da varie etnie, un posto unico. E mi raccont 
una di quelle storie che  poi impossibile dimenticare. 


In una delle ultime grandi foreste primarie nellisola meridionale di Mindanao era sopravvissuta una 
piccola trib di indigeni primitivissimi, i Teduray, che da secoli erano riusciti a tenersi lontano dalla 
civilt. Ma quella era arrivata da loro. Un giorno, nel corso di una guerra civile tutta filippina che va 
avanti da decenni, un gruppo di guerriglieri musulmani indipendentisti, inseguiti dalle truppe 
governative erano entrati nel villaggio dei Teduray e li avevano massacrati. Di loro non restavano che 
gli appunti di un antropologo che qualche tempo prima aveva passato due anni a studiarli. Loro s, una 
civilt! I Teduray avevano un grande rispetto della natura e tante belle favole con cui spiegare i suoi 
fenomeni. Eccone una con cui rispondere a un bambino che chiede perch i pipistrelli volano solo di 
notte. 

Una volta un uccello, senza rendersene conto, offese un animale di terra e fra uccelli e animali 
scoppi una grande guerra. 

I pipistrelli pensando che gli animali, molto pi grossi degli uccelli, avrebbero finito per vincere 
andarono dagli animali e dissero loro: Guardateci bene: noi non siamo uccelli.  vero che voliamo, ma 
non abbiamo le piume; anzi abbiamo il pelo come voi. Allora prendeteci dalla vostra parte. 

Gli animali acconsentirono. 

Gli uccelli, vedendosi traditi dai pipistrelli e rendendosi conto che gli animali erano davvero pi 
grossi e pi potenti di loro, si rivolsero alle vespe. 

Voi non siete proprio degli uccelli come noi, ma volate allora schieratevi con noi, aiutateci. 

Le vespe accettarono e in grandi nugoli si buttarono sugli animali pinzandoli dove potevano fino a 
metterli tutti in fuga. 

I pipistrelli allora tornarono dagli uccelli e chiesero di essere riammessi fra di loro visto che 
volavano. 

Va bene, dissero gli uccelli, ma per scontare la vergogna del vostro tradimento dora in avanti 
volerete solo di notte. 

I Teduray erano una societ in cui uomini e donne erano considerati alla pari e in cui lelemento 
femminile, conciliante, non violento era apprezzato molto pi di quello aggressivo, maschile. Le 
malattie erano per loro reazioni di un qualche spirito che era stato offeso e uno dei compiti dei loro 
sciamani era appunto quello di identificare lo spirito in questione, parlargli e arrivare con lui a una 
soluzione che ristabilisse la salute del malato. 

I Teduray poi erano caratterizzati da qualcosa che  sempre stato raro nelle comunit umane di tutti i 
tempi: non avevano paura della morte. 

Quando si nasce non si  mai soli, dicevano, secondo gli appunti presi dallantropologo. Ogni 
nascita  la nascita di due gemelli, uno il corpo, laltro il cordone ombelicale. Il gemello-corpo, avendo i 
polmoni vive, il gemello-cordone ombelicale non potendo respirare muore, ma prima di separarsi i due 
gemelli si parlano e il gemello-cordone ombelicale chiede allaltro quando e come vorr morire. Di 
vecchiaia, al tempo del monsone, dopo la nascita del primo nipote? Per il giorno e lora che 
stabiliscono i due si danno appuntamento. Poi, mentre luno va a fare la sua vita nel Regno della 
Foresta, laltro va nel Regno dei Morti a preparare una bella casa. Poco prima dellappuntamento fissato 
il gemello-cordone ombelicale attraversa il ponte cosmico che divide i due regni, si presenta al villaggio 
dove vive il gemello-corpo, aspetta qualche giorno finch non siano finiti i riti funebri e il corpo sepolto 
per i Mangiatori di Cadaveri. A quel punto tutti e due partono per fare assieme una vita felice, senza 
lavorare e ciucciando in continuazione il betel pi pregiato. 

I Teduray non si facevano n spaventare, n tanto meno sorprendere dalla morte perch ognuno di 
loro aveva deciso come e quando la sua sarebbe avvenuta. 

Lumanit forse non sapr neppure che i Teduray sono mai esistiti, ma in qualche modo pagher per 
la loro scomparsa, perch se la biodiversit  necessaria alla vita della terra, la diversit culturale  
indispensabile alla salute psichica delluomo. 

Chiacchierando cos, le cinque ore di viaggio da Manila passarono in un soffio e presto entrammo 


nel Pangasinan, una regione che, disse Frankie,  sempre stata al centro di miti e misteri. La gente locale 
 assolutamente convinta che l era la capitale di Lemuria e che le decine di isolotti al largo della costa 
sono le vette delle montagne di quel grande, avanzatissimo continente sprofondato nelloceano alcuni 
millenni prima di Atlantide. Certi cattolici sono persuasi che la prima messa della storia  stata celebrata 
l, mentre alcuni cercatori di tesori sperano ancora di trovare nascoste in quella regione alcune delle pi 
favolose ricchezze del mondo. 

Ce nera abbastanza insomma per dare credito e poteri alla Piramide dellAsia, Centro Mondiale 
della Salute, voluto dal reverendo Alex Orbito a Manaoag, una quieta e ordinata cittadina di case basse 
e modeste dominate da una strana, inaspettata struttura di muraglioni e contrafforti di pietra: la Chiesa 
della Madonna dei Miracoli. 

Frankie volle assolutamente farmela visitare e aveva ragione. Era impressionante: una chiesa-
fortezza dalle enormi navate, dalle mura ciclopiche fatte con blocchi di tufo tenuti assieme da un 
impasto di terra e di quella melassa collosa che resta dopo che la canna da zucchero  stata strizzata. 
Costruita dai frati domenicani spagnoli attorno al 1600, la chiesa poteva ospitare tutti i cristiani della 
regione in caso di un attacco musulmano. Cera un pozzo dacqua fresca e vaste cantine sempre piene 
di cibo. Il suono di una campana dava lallarme e migliaia di persone potevano rifugiarsi l e resistere 
per settimane. La Madonna dei Miracoli, una statua coperta di perle, col Bambin Ges in braccio, alta 
in una teca sullaltare principale, li proteggeva. 

Con Frankie guardai uno a uno i tanti vecchi quadri naif che, ai muri della chiesa, ricordavano i 
drammatici episodi, dai terremoti agli incendi, in cui la Madonna aveva fatto la sua parte miracolosa. 
Quella parte, la faceva ancora, a detta della gente. 

Una continua fila di fedeli entrava nella chiesa, baciava i piedi insanguinati di un Cristo crocefisso 
allingresso, si segnava e andava a pregare. Le candele che ognuno accendeva e metteva devotamente in 
omaggio alla Madonna, assieme a foglietti con le richieste di grazia e di intercessione, creavano nella 
semioscurit della chiesa limpressione di uno stagno luccicante. Un tetto di bandone era stato aggiunto 
per far posto a migliaia di ceri che non stavano pi nellinterno. Il posto aveva indubbiamente una sua 
magia, era appunto miracoloso come i cristiani filippini dicevano da pi di tre secoli; molto prima di 
Lourdes o di Fatima. 

Frankie mi raccont come, da bambino, una volta allanno tutta la famiglia partiva dal suo paese per 
venire qui in pellegrinaggio. Viaggiavano per tre giorni sui carri tirati dai buoi, attraversando fiumi e 
foreste. Ricordava come era impressionante, dopo il buio dellultima notte, arrivare in questo posto 
animato dalle mille luci delle candele, coi canti, il profumo degli incensi e quella Madonna su in alto, 
dalla faccia bianca e leggermente sorridente, capace di miracoli.  ovvio che in quella atmosfera qualche 
cieco vedeva e qualche zoppo camminava. 

Toccava ora a me andare al mio posto dei miracoli. Frankie mi aiut a trovare una camera in una 
piccola pensione per pellegrini, poi mi port alla piramide. Era appena fuori dallabitato e fu facile 
arrivarci. 

Davanti al cancello cera un tavolino con un cartello che diceva: Le armi da fuoco vanno depositate 
qui. Un altro cartello specificava i prezzi del biglietto dingresso: 50 pesos per adulti, 200 pesos per le 
macchine. Attraverso la staccionata vedemmo che allinterno fervevano ancora i lavori. I giardinieri 
stavano stendendo le pellicce quadrate derba, gli imbianchini erano sui tetti di lamiera a dare una mano 
di vernice rossa e la piramide era ancora coperta da unimpalcatura di bamb. Ma gi da fuori era chiaro 
che il posto era un centro turistico con tanto di grande piscina tonda e azzurra, un ristorante e 
bungalow per gli ospiti-pazienti-clienti. 

Chi non riceve il miracolo dalla Madonna pu provare qui, disse Frankie. Sar solo un po pi 
caro. Non volle entrare e mi scaric al cancello. 

Gli autobus con le varie delegazioni sarebbero arrivati nel pomeriggio e io ebbi tutto il tempo di fare 


un giro del complesso e soprattutto di conoscere Dieter Loewer, ingegnere tedesco, settantasette anni, 
sudatissimo e su tutte le furie. Era un esperto di piramidi e quella laveva concepita e disegnata lui, ma 
in sua assenza Orbito aveva cambiato lintero progetto. Dieter aveva previsto che al centro della 
piramide ci fosse una piccola vasca con il piano dellacqua esattamente a un metro e mezzo dal 
pavimento. Si era invece ritrovato con un pozzo in cui lacqua era sottoterra e per giunta collegata con 
quella della piscina. 

Orbito vuole fare un commercio di questacqua benedetta e carica dellenergia della piramide, ma 
non ha capito che lacqua si carica solo se sta a mezzaria nella piramide e non in fondo al pozzo, 
diceva arrabbiatissimo. E poi, che acqua benedetta  quella in cui tutti fanno il bagno? 

La piramide, mi spieg, doveva essere isolata dallesterno e non avere alcun collegamento che ne 
scaricasse la forza. Invece, oltre ai tubi che univano il pozzo alla piscina, aveva scoperto che, per 
alimentare quattro riflettori, gli operai avevano steso dei fili elettrici tutto attorno alla costruzione e che 
questi avevano finito per succhiar via tutta lenergia che la piramide accumula nel corso della notte. 

Sono entrato qui stamani e la piramide era morta, diceva, agitando una bacchetta dacciaio, una 
sorta di antenna radio lunga circa un metro con cui misurava i campi magnetici. Morta. Capisci? 

Non capivo esattamente. Quel poco che sapevo sulle piramidi lavevo imparato a Coimbatore, ma 
questo Dieter mi pareva pi convincente del direttore della Scuola Perks. 

Si pu studiare quel che si vuole, ma alla fine tutto torna alla piramide, al suo concetto, alle sue 
proporzioni, al suo potere, disse. 

La sua teoria era che le linee fra i punti cardinali, nord-sud ed est-ovest creano dei campi magnetici 
in cui si concentrano le energie. La piramide le raccoglie e aumenta il potere di chi ci va dentro: il 
potere di curare come nel caso di Orbito o semplicemente il potere di meditare. 

Dieter mi piaceva. Era un credente. Credeva nella piramide, credeva in Orbito e nella chirurgia 
psichica, ma credeva allo stesso modo nella sua professione. Non voleva essere manipolato e certo non 
voleva lasciare la sua firma su una piramide che non fosse come lui laveva concepita, con tutti i 
possibili accorgimenti, compreso quello di essere leggermente pi a punta di quelle egiziane in ragione 
del fatto che oggi la densit della terra non  pi quella di allora:  diminuita! 

Aveva ripreso in mano i lavori. Aveva ordinato agli operai di tagliare i tubi dellacqua fra il pozzo e la 
piscina e di togliere tutti i fili elettrici che erano gi stati interrati. Lindomani mattina avrebbe 
controllato se la piramide si era nottetempo ricaricata. Anzi. Ero io uno che meditava? Che venissi 
subito dopo colazione. Avremmo assieme aperto la piramide e io potevo essere il primo a provarla. 
Voleva fare un esperimento. 

Dieter aveva incontrato Orbito in Germania quando cercava una cura per una misteriosa malattia 
che aveva colpito lui e la figlia. Orbito li aveva guariti e Dieter per riconoscenza si era offerto di aiutarlo 
col progetto della piramide. La malattia misteriosa? Aveva a che fare coi campi magnetici e con 
lenergia statica prodotta dalle onde radio e dalle nuove linee per la trasmissione dei dati, mi disse. 
Secondo lui al momento le influenze pi nocive per la nostra salute sono quelle prodotte dalla 
televisione via cavo. Lenergia statica induceva nella figlia una depressione che nessuna medicina 
alleviava, a lui invece chiudeva il cuore, specie la notte -mi spieg -quando il nostro organismo, 
come fanno i fiori, si ripiega su se stesso. Orbito con varie operazioni li aveva liberati di tutta quella 
negativit che dal terreno dove era situata la loro casa si era trasferita nei loro corpi. 

Lo ascoltavo e me lo immaginavo nella veranda di Dan Reid a partecipare alle discussioni 
dellAccademia dei Matti. Ma forse quei suoi discorsi non erano del tutto campati in aria. Siamo proprio 
sicuri che le linee ad alta tensione che passano sulle nostre case, i tanti cavi che ci passano sotto, le 
antenne di trasmissione piazzate in cima alle colline vicine, i cellulari che ci appoggiamo per ore al 
cranio e tutti gli aggeggi che usiamo in cucina o in ufficio siamo proprio sicuri che non ci chiudano 
il cuore, che non ci diano un qualche orribile malanno? 

A pranzo chiesi a Dieter quali altri lavori aveva recentemente fatto in Germania e di nuovo mi 


sorprese. Si era specializzato in case di riposo per i vecchi. Aveva elaborato un suo modello fondato 
sullidea di abitazioni semplicissime, ma ben aerate, con attorno pi verde possibile e soprattutto dipinte 
con combinazioni vivacissime di colori. 

A Lipsia dove, su ordinazione dellamministrazione locale, aveva costruito un complesso di questo 
tipo, cera stata una mezza rivoluzione perch tantissimi giovani operai, che trovavano quelle case 
destinate ai vecchi in attesa di morire molto pi piacevoli e accoglienti di quelle pensate per loro, erano 
andati a occuparle. 

Tutto il pomeriggio Dieter si dette un gran daffare sotto il sole attorno alla sua piramide. Arrivarono 
gli autobus coi delegati e i malati che presero posto nei vari bungalow. Verso le sette, corse voce che 
Dieter sera sentito male. La parte destra della faccia gli si era paralizzata e non riusciva a parlare bene. 
Orbito lavrebbe operato assieme ad altri nella saletta accanto alla cappella. 

La stanza era spoglia, senza finestre, senza un lavandino o altro. Al centro cera un tipico lettino da 
infermeria coperto da un telo di plastica nera e accanto una seggiola di ferro con una di quelle bacinelle 
di acciaio per gli strumenti chirurgici. Dentro vidi per solo dei batuffoli di cotone. Sotto il lettino cera 
anche un bussolotto della spazzatura, di quelli col pedale. Era chiuso. In una trentina di persone 
ceravamo sistemati, in piedi, lungo le pareti, ma quando Orbito fece il suo ingresso, seguito da alcuni 
fedelissimi, fummo tutti cacciati via. Lui doveva concentrarsi e pregare. Notai che con lui rimase un suo 
nipote che era il suo pi stretto assistente. Aspettammo per una ventina di minuti nel corridoio. Nel 
frattempo arriv anche una troupe televisiva della Agenzia Reuters. La porta si riapr e tutti corremmo a 
riprendere un posto attorno al lettino. A me capit di finire appoggiato proprio l dove i pazienti 
avrebbero messo la testa. 

Il primo fu Dieter. Aveva la faccia un po intirizzita, ma non stava male. Camminava e si accomod 
da solo sul lettino. Nel giro di pochi secondi Orbito gli mise le mani sulla carotide, sotto lorecchio 
destro, vidi del liquido rosso uscire, poi qualcosa come un pezzo dintestino di un pollo. Il nipote, 
seduto nella seggiola, porse a Orbito della carta igienica con cui lui ripul la ferita che non cera. 
Fatto, disse. A chi tocca? Dieter si rialz tutto sorridente. Loperazione era durata meno di un 
minuto. 

Il flusso dei pazienti era regolato da un fratello di Orbito. Il successivo era una ragazza spagnola sui 
trent'anni che disse davere un problema con le ovaie; forse un cancro. Si sdrai, si slacci i pantaloni e 
mise a nudo la sua pancia. Orbito prese dalla bacinella un batuffolo di cotone intriso di qualche liquido 
e glielo strofin tutto attorno come per disinfettarla; poi con le due mani le cui due prime falangi erano 
piegate fece il gesto di entrarle in pancia. 

Si sent un breve suono come lo scoppio di una di quelle vesciche di cui maveva parlato padre 
Bulatao, ma che io, pur vicinissimo, non vidi. Vidi invece del sangue, prima rosso acceso, poi pi 
scuro colare sui fianchi della donna e riempirle lincavo dellombelico. E l, in quella piccola pozza le 
due mani di Orbito affondarono, le dita scomparvero e, accompagnate da un realissimo rumore flaf 
flaf flaf sembr che cercassero e finalmente trovarono qualcosa: un pezzetto sanguinolento di carne 
nerastra grande quanto un fegato di gallina. 

Orbito lo alz in aria, lo mostr per un attimo alla donna che sembrava in trance, poi lo butt nella 
bacinella. Il nipote porse la carta igienica per la ripulitura e la donna si alz. Eran passati forse due 
minuti da quando si era distesa. 

Orbito aveva la platea in mano. Tutti -io compreso -eravamo impressionati. Io non faccio nulla.  
Dio che opera attraverso di me, disse Orbito rivolto alla telecamera della Reuters che non cessava di 
filmarlo. Avanti il prossimo. 

Toccava a me. Mi ero messo in lista col fratello e forse, grazie alla barba, quello mi aveva fatto 
passare avanti ad altri. Mi sentii gli occhi di tutti puntati addosso. Mi parevano spilli. Pi cera 
quellocchio nero della TV che ora mi riprendeva in primo piano. 


Qual  il problema?, chiese Orbito. 

Forse ero entrato anchio in una sorta di trance o forse no, forse fu il pudore, forse la presenza degli 
italiani e la mia innata avversione per il noi, ma stendendomi sul lettino, non parlai del mio malanno, 
ma dissi soltanto: Ho una sinusite cronica. 

Orbito ordin che gli portassero dellolio di cocco. Intanto pass con le sue mani sulla mia fronte e 
sul naso, ma senza toccarmi. Chiudi gli occhi, disse. Sentii un suo dito, finissimo, forse il medio, 
entrarmi in una narice poi nellaltra e il puzzo delle interiora di pollo fu quasi insopportabile. 
Suggestione? 

Non credo. Le dita di Orbito, infilate nel mio naso, avevano quellodore. Un odore inconfondibile, 
lodore di quel che era uscito dal collo di Dieter e dalla pancia della spagnola, un odore che non era 
andato via perch Orbito non aveva potuto lavarsi le mani. Nella stanza non cera acqua. 

Lolio di cocco non c, disse qualcuno. C di lavanda. 

Va bene lo stesso. 

Sentii Orbito aggeggiare con una bottiglia, poi qualcosa come dei piccoli rotoli di cotone idrofilo 
entrarmi fondi nel naso. Lodore era ora quello fortissimo dello spigo. Sentivo male, mi agitai un po, 
ma Orbito, tenendomi con una mano ferma la testa, con laltra ripet loperazione quattro o cinque 
volte nelle due narici, su, sempre pi in su. Pareva volesse entrarmi nel cervello. Aveva sentito che 
non avevo detto la verit? che ero di quei negativi che sciupavano tutto? Mi massaggi un attimo la 
fronte e mi fece soffiare il naso pi forte che potevo. Mi usc del muco e il nipote mi asciug. Gli occhi 
mi lacrimavano. Avanti il prossimo. 

Nel corridoio una anziana signora tedesca della Namibia, che nel 1982 Orbito aveva salvato da un 
cancro ai polmoni, venne a stringermi la mano e a complimentarsi per la mia guarigione. Se lo diceva 
lei! 

Mi immaginai come avrebbe poi raccontato di un italiano, di nome Anam a cui Orbito, in due 
minuti, aveva fatto passare una sinusite vecchia di anni. 

Le operazioni continuarono, ma io andai a fare due passi con Dieter. Lui stava bene. Io, 
sinceramente, no. Tutto quellaggeggiare nel naso mi aveva irritato le mucose ancora di pi e non 
facevo che starnutire. 

Aspetta. Domani, vedrai, ti sar passato tutto, mi promise il caro piramidologo. 

La sera nella mia cameretta di pellegrino separata da quella accanto da una parete di compensato, 
dovetti riflettere su quel che mi era successo. Avevo perso unoccasione a non chiedere a Orbito di 
guarirmi dal mio malanno? No. Se era come diceva padre Bulatao e il guaritore porta via la negativit 
che uno ha addosso e non questa o quella malattia, allora ci rientravo: Orbito mi aveva operato. 

Ma era inutile mi illudessi. Io non ero fatto per essere miracolato. Questo almeno mi pareva daverlo 
capito. Potevo ripartire in pace. 

Se poi davvero pensavo, come padre Bulatao, che la mente umana  capace di miracoli e che 
ognuno di noi, nei limiti della natura, ha il potere di mettere in moto nel proprio corpo il suo 
meccanismo di autocura, allora dovevo occuparmi di pi della mia mente e farle fare quel passo. Per 
questo non avevo bisogno di stimoli esterni. Tanto meno della teatralit del finto sangue e delle 
budellina di pollo. 

E il trucco? 

Neppure questa volta lavevo capito ma, al contrario di quindici anni prima, avevo capito che, 
qualunque esso fosse, non andava svelato. Il trucco, con lillusione che crea, resta affascinante e pu 
sempre essere di grande utilit. 

Certo, di utilit ai maghi nel mettere in mezzo la gente, mi si dir. 

E che male c se, per il piacere della loro arte, i maghi si fanno pagare con la scusa di dover 
comprare una capra o altro? 


Alla fine di quella intensa giornata, ancor pi che Orbito e le sue operazioni mi restava nella mente il 
mito della morte dei Teduray raccontatomi da Frankie e le case per i vecchi di cui mi aveva parlato 
Dieter. Che belle idee tutte e due! 

Questo  davvero qualcosa su cui in Occidente dovremmo riflettere di pi. Il nostro concetto di 
morte  sbagliato. Leghiamo troppo la morte alla paura, al dolore, alla tenebra, al nero: esattamente il 
contrario di quello che succede nella natura in cui il sole muore ogni giorno in una gioiosa esplosione di 
luci, in cui le piante dautunno muoiono al meglio di s, con una grandiosa esuberanza di colori. 
Dovremmo forse dirci, alla maniera dei Teduray, che moriamo solo quando abbiamo deciso noi, o 
dovremmo, alla maniera dei tibetani, considerare la morte non come il contrario della vita, ma 
semplicemente come laltra faccia della nascita, come una porta che, vista da una parte,  lingresso, 
dallaltra  luscita. 

Da bravo pellegrino mi alzai appena prima del sole e a piedi mi diressi verso la Chiesa della 
Madonna. In cielo cera ancora la luna piena che velava dun riflesso azzurrognolo gli spalti neri delle 
fortificazioni. I miei passi allertarono gli uomini che avevano passato la notte raggomitolati nei loro 
tricicli. 

Piramide? Piramide?, si misero a gridare con la speranza ancora assonnata di portare un primo 
cliente alla nuova grande attrazione del posto. Delle donne che stavano aprendo i loro banchetti 
cercarono, con poca convinzione, di. vendermi delle medagline con limmagine della Madonna e dei 
rosari. 

Nella chiesa era appena cominciata la prima messa della giornata. Mi aggirai per le varie cappelle, nei 
corridoi, nei vecchi camminamenti. Arrivai al famoso pozzo e mi sedetti su una panca di pietra ad 
ammirare le bellissime magnolie che svettavano al di sopra del cortile. Da qualche parte comparve un 
vecchio sacerdote che mi si sedette accanto. 

Avevo fatto colazione? No. E venni invitato a mangiare nel salone-refettorio del seminario. Su un 
grande piatto che girava al centro del tavolo tondo cerano pentole e vassoi con riso, pesci fritti, uova 
sode, gamberetti, caschi di banane e pansit, i finissimi spaghetti filippini, ma il mio ospite, padre 
Raphael, settant'anni, priore della chiesa, pens che questo non fosse di mio gusto e si mise a 
prepararmi una ciotola di fiocchi davena col latte a un forno a microonde. E debbo seguire bene le 
istruzioni, esclam. Dicono che questi forni, se non usati attentamente, fanno diventare sterili! E 
scoppiarono tutti a ridere, i vecchi sacerdoti insegnanti al nostro tavolo e i giovani seminaristi alle due 
fratine lungo i muri. A parte i filippini, ce nerano che venivano dallIndonesia e dallo Sri Lanka. 

Parlammo presto di guaritori. 

Se non usano mezzi del demonio e fanno star bene la gente, non c niente di male, disse padre 
Raphael, ma quel che lo interessava era la piramide. Gli Espiritualistas, di cui Orbito era una sorte di 
sacerdote col suo titolo di reverendo, erano una setta al margine della Chiesa, ma ancora dentro. Cosa 
centrava per la piramide? 

Gli detti la brochure preparata dalla Orbitours e immediatamente padre Raphael mi fece notare una 
cosa che mi era sfuggita: la piramide raffigurata sulla copertina emanava una luce a forma di croce. 
Vede? Tutto a posto, disse soddisfatto. E se la piramide porta qui dei turisti stranieri  bene per tutti. 
Se poi anche guariscono, tanto meglio. 

Gli chiesi allora della Madonna e dei suoi miracoli. La statua, mi raccont, era stata alla prua di un 
galeone spagnolo arrivato dal Messico. La reputazione di essere miracolosa le era venuta poco dopo, 
quando, durante un incendio nella cittadina di Manaoag, il priore della chiesa aveva ordinato che la 
statua fosse portata per le strade e il fuoco era improvvisamente cessato. 

Magari era solo il vento che aveva cambiato direzione, ma la gente credette al miracolo, aggiunse. 

Perch lei non crede ai miracoli? 

Non mi rispose direttamente, ma avvicinando la sua bocca al mio orecchio, come volesse rivelarmi 


un segreto che dovevo per tenere per me, disse: Sa, anche noi siamo costretti a ricorrere a qualche 
trucco con la Madonna. Davvero non capivo. 

La statua  tutta davorio, continu. Ma  bene non farlo sapere in giro. Sa, coi tempi che 
corrono gli antiquari. Allora ne abbiamo una copia ed  quella che portiamo nella processione 
annuale attraverso la citt. Noi chiamiamo La Calleira, quella che va per strada, ma per la gente  
miracolosa come quella vera! Uscii che il sole cominciava a esser alto e caldo, le bancarelle erano tutte 
aperte e le donne cercarono di nuovo di vendermi qualcosa. Una per si avvicin con una diversa 
richiesta. 

Ti prego, aiutami col mio collo. Lo so che sei un guaritore, disse e mi mostr un bubbone che 
aveva sotto lorecchio. 

Ero imbarazzatissimo. La mia barba e i capelli bianchi avevano creato lillusione che la potessi 
aiutare, come un liquido rosso crea lillusione del sangue. 

Riuscii solo a metterle una mano sulla spalla e a scappar via, mentre le altre donne, ridendo, 
dicevano alla poveretta: 

Quello non  un guaritore.  Babbo Natale. 

Non avevo dimenticato lappuntamento alla piramide. Un triciclo mi deposit al cancello. Quello era 
il giorno della grande inaugurazione. Il fatto che la luna fosse piena era di buon auspicio. 

Limpalcatura era stata tolta e la piramide si ergeva elegante sul prato derba. Dieter mi aspettava e 
aveva preparato tutto per lesperimento. Mi dovetti togliere lorologio e qualsiasi altro metallo che 
avevo addosso. Dieter mi misur la pressione, cont i battiti del mio cuore, mi punt addosso la sua 
bacchetta magica che si mise a frullare, poi con un aggeggio tipo un metal detector o un contatore 
Geiger mi esamin dalla testa ai piedi, annotando una serie di numeri. 

Finalmente apr la porta della piramide, mi ci fece entrare e richiuse. Da dentro la piramide era 
ancora pi bella, con una luce leggera che filtrava dalle fessure lasciate in alto nella costruzione. 

Mi sedetti per terra contro una parete e rimasi in pace. Una grande pace. Dopo una quindicina di 
minuti la porta si riapr e Dieter con tutti i suoi strumenti corse a riprendere tutte le sue misurazioni. 

Era soddisfatto: la mia pressione, prima di entrare, era stata 110 la massima e 68 la minima, il polso 

56. Ora la pressione era 92 e 65, il polso 61. Giusto. Le altre misurazioni per rivelavano qualcosa di 
strano. Di solito, disse Dieter, gli europei hanno sempre pi elettricit che magnetismo. Con me, sia 
prima che dopo la meditazione, la situazione era inversa. 
Forse  perch vivi in India, disse. 

I valori dei due erano comunque aumentati moltissimo e questo era limportante: prima di entrare 
avevo elettricit 31 e 58 di magnetismo, uscendo aveva 60 di elettricit e 120 di magnetismo. Questo 
dimostrava che la piramide si era ricaricata e che parte di quel potere si era trasferito su di me. La 
piramide era di nuovo viva e Dieter felice. Anchio. 

Qualche ora dopo la piramide sarebbe stata inaugurata alla presenza di funzionari del Ministero del 
Turismo, generali e politici, fra cui anche quel Fidel Ramos che era stato presidente dopo Cory Aquino. 
Ci sarebbero stati tagli di nastri, discorsi e foto ricordo. 

A me bastava, grazie a Dieter, averla sperimentata per primo. 

Affittai un vecchio taxi e tornai a Manila. Ci arrivai in tempo per godermi il tramonto sulla baia: 
struggente come se la natura volesse ripagare la gente della baraccopoli fra il Rochas Boulevard e la riva 
del mare della loro miseria. A ogni semaforo venimmo circondati da ragazzini che vendevano One 
stick, una sigaretta sola, elicotteri di plastica, collanine di conchiglie e manciate di noccioline calde. 

Restai a Manila ancora un paio di giorni. Forse non ci sarei mai pi tornato e non volli mancare 
Master Choa, il fondatore della Pranoterapia, per il quale nella piramide di Coimbatore avevano messo 
laria condizionata. Ma non ebbi fortuna. Master Choa Kok Sui, uomo daffari di origine cinese, 
ingegnere chimico, accanito lettore fin da bambino di libri esoterici, era appena tornato da un 


congresso di suoi seguaci in Canada, sarebbe ripartito il giorno dopo per un altro congresso in Australia 
e nelle poche ore in cui si trovava a Manila si doveva occupare di un altro business di cui era 
proprietario: una compagnia di autobus a Quezon City. 

Cera per la sua organizzazione, listituto per la Pranoterapia e per gli Studi Interiori, al primo piano 
di un palazzotto modesto allangolo di Pasay Road e Anmorsolo, di quelli con la guardia armata in 
basso che sconsiglia di prendere lascensore perch spesso si guasta e ci si rimane intrappolati. Quando 
aprii la porta, una ragazza stava correggendo le bozze di un ennesimo libro del Maestro, unaltra 
rispondeva alle decine di e-mail che il Maestro riceve ogni giorno da tutto il mondo. Due uomini a un 
banco facevano dei pacchi. Il posto era minuscolo e zeppo di carte, libri e tante scatole di fazzoletti di 
carta. La formula era brillante: da quellufficetto, con pochissimi costi, il Maestro gestiva il suo impero 
intercontinentale di gente che segue corsi, prende diplomi e a sua volta poi d corsi, diplomi e 
guarisce, spillando soldi in cambio di speranza. 

Raccontai della foto del Maestro vista a Coimbatore, dissi che venivo da lontano per risolvere il 
problema di una sinusite cronica e, visto che il Maestro non cera, chiesi chi di loro aveva fatto i corsi e 
sapeva guarire. Tutti, ma la pi brava era la ragazza delle-mail. 

Mi fece sedere su uno sgabello con le mani sulle ginocchia, palme rivolte in alto e gli occhi chiusi. La 
sentii agitare laria attorno alla mia faccia e cercai di vedere quel che succedeva. Teneva la mano sinistra 
sul suo cuore, avvicinava lentamente la mano destra alla mia fronte, poi alla svelta la ritirava. Fece cos 
varie volte. Poi si ferm, apr una bottiglia di alcool, si lav le mani, se le asciug con dei fazzoletti di 
carta (a questo servivano!) e riprese la manovra che mi resi conto era quella di avvicinarsi a qualcosa di 
invisibile nellaria, vicino alla mia faccia, acchiapparlo e buttarlo via. 

Il tutto dur una decina di minuti. Per sdebitarmi e mostrare la mia riconoscenza comprai alcuni libri 
e li salutai. 

La sera a letto lessi le opere del Maestro: era la stessa pappa del reiki con nomi diversi e diverso 
pedigree. Come tutte le soluzioni della new age, anche quella di Master Choa era appetibile perch 
facile e veloce. Non c bisogno di studiare dieci o venti anni per essere capaci di guarigioni 
paranormali. N uno deve nascere coi poteri di guaritore o di veggente. Basta essere determinati ad 
aiutare gli altri e seguire le istruzioni di questo libro, prometteva il Maestro. 

Durante la notte, per, ebbi limpressione che la sinusite mi era passata e la mattina mi parve di 
respirare davvero, meglio. Era stata la ragazza pranica delle-mail? o la chirurgia psichica di Orbito? o erano stati gli effetti a scoppio ritardato della sauna di Ko Samui? Oppure i fumi aromatici dei bastoncini del dottor Mahadevan? Sarei vissuto a lungo con questo dubbio. Dopo poco per la sinusite mi torn e da allora, a suo piacimento, va e viene.

Prima di ripartire andai a salutare Frankie e a fargli un riepilogo della mia visita. Ci sedemmo in un caff. Frankie non toglieva gli occhi di dosso a un gruppo di giovani vivaci e spigliati, impeccabilmente vestiti da businessmen, seduti a un tavolo vicino al nostro. Osservava i loro gesti, il loro modo di parlare. Mi confess che il suo prossimo romanzo era su di loro: gli yuppie di Manila. Sapevano tutto sui vini francesi, disse, ma niente sugli gnomi che abitano le loro case. Come avrebbero potuto essere dei veri filippini? 

Assieme al caff ordin per tutti e due una ensaimada.  un lascito degli spagnoli, ma oggi la si fa meglio qui che in Spagna. Per Frankie quel dolce era il simbolo delle Filippine. Guarda, di fuori  bello, cremoso e zuccherato, disse. Poi, pigiandoci sopra la forchetta che affond nella pasta frolla, aggiunse: Ma dentro  solo aria calda. Tutti e due ci mettemmo a ridere da matti, anche perch, proprio in quel momento, ci accorgemmo che davanti alla finestra del caff stava passando una coloratissima jeepney sulle cui fiancate, a grandi caratteri bianchi, cera scritto: Non avere dubbi. Dio regna. Ha sempre regnato e sempre regner. Fine della trasmissione. 
...
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...
HIMALAYA.
...
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...
POLVERE DI MERCURIO.
...
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...
Una tigre aveva due seguaci: un leopardo e uno sciacallo. Ogni volta che la tigre azzannava una 
preda, lei mangiava quel che poteva e lasciava i resti al leopardo e allo sciacallo. Un giorno successe per che la tigre uccise tre animali: uno grosso, uno medio e uno piccolo. E ora come li dividiamo? chiese la tigre ai suoi due seguaci. Semplice, rispose il leopardo. Tu prendi il pi grande, io prendo il medio e quello piccolo lo diamo allo sciacallo.
.
La tigre non disse nulla, ma con una zampata sbran il leopardo. Allora, come li dividiamo? chiese di nuovo la tigre. Oh, Maest rispose lo sciacallo. Il pezzo piccolo lo prendi tu per colazione, quello grande lo tieni per pranzo e quello medio lo mangi a cena. La tigre era sorpresa. Dimmi, sciacallo, da chi hai imparato tanta saggezza? Lo sciacallo per un po esit, poi con laria pi umile che riusc a metter su rispose: Dal leopardo, Maest.
.
Per farmi compagnia mi ero portato dietro una copia dei Pancatantra e la sera, in un alberguccio sul Gange a Rishikesh, prima di addormentarmi, mi ero messo a leggere alcuni testi da questa divertente collezione di storie di animali scritte, secondo la leggenda, pi di mille e cinquecento anni fa da un vecchio eremita per dare ai tre figli ignoranti e svogliati di un re alcune fondamentali lezioni di vita e prepararli cos alla successione. Secondo alcuni dietro il leggendario autore Vishnu Sharma si nasconderebbe Chanakya, il Machiavelli indiano, autore del trattato Arthashastra, sullarte di governare.
.
Venivo da Delhi e la mattina dopo avrei proseguito il mio viaggio fino a Dehra Dun dove avevo un 
appuntamento con un noto medico ayurvedico, al centro di tante polemiche, che diceva di avere una 
sua particolarissima cura per il cancro. 

Ci che mi colp in quelle antiche storie di animali era che non avevano, come le nostre favole, una 
morale nel senso buono del termine. Al contrario: il loro scopo era di impartire alcuni insegnamenti 
pratici sul larte di sopravvivere, partendo da una obbiettiva e spassionata osservazione della vita. Le 
conclusioni a cui il vecchio eremita faceva arrivare i tre principini recalcitranti allo studio potevano non 
essere ispiranti, ma indubbiamente contenevano una loro pragmatica saggezza. 

E io? Non avevo tirato qualche saggia conclusione dalla mia vita degli ultimi anni? Andando a giro 
per il mondo a incontrare medici, maghi e maestri avevo certo capito che era inutile continuare a 
viaggiare, che la cura delle cure non esiste e che la sola cosa da fare  vivere il pi coscientemente, il pi 
naturalmente possibile, vivere in maniera semplice, mangiando poco e pulito, respirando bene, 
riducendo i propri bisogni, limitando al massimo i consumi, controllando i propri desideri e allargando 
cos i margini della propria libert. Allora, che ci facevo l, sulle tracce di un ennesimo medico? 

Quel che mi aveva spinto a mettermi in viaggio per Dehra Dun non era la speranza del paziente, ma 
la vecchia passione del giornalista, quel piacere di andare a verificare cosa c di attendibile in una storia 
di cui si  solo letto o sentito dire. E qui la storia era interessante. 

Al contrario del medico di Kakinada o del giovane Mahadevan, Vaidya Balendu Prakash era 
famoso. La stampa si era interessata a lui, era stato insignito di unimportante onorificenza nazionale, 
godeva della protezione dellallora presidente dellIndia e fra i pazienti che erano ricorsi alle sue cure 
cera stato anche il multimiliardario inglese, Sir James Goldsmith, che laveva fatto venire in Europa e 
aveva mandato il suo elicottero privato a prenderlo. La fama di Vaidya Balendu Prakash era cominciata 


nel 1987 quando era riuscito a curare di leucemia un bambino pakistano di due anni e mezzo dato per 
spacciato da un grande ospedale di Londra, e la storia era finita su tutti i giornali. 

Leccezionalit della sua terapia stava nel fatto che Vaidya Balendu Prakash non usava erbe o piante, 
ma esclusivamente metalli. Lidea che i metalli abbiano un ruolo importante nel mantenimento del 
corpo  stata di tutte le civilt, e le mezzine di rame usate ancora dalle nostre nonne per lacqua, come 
la padella di ferro per farci le frittate, erano certo la testimonianza di una vecchia saggezza che 
lindustria moderna ha spazzato via, proponendo prodotti molto pi pratici, ma anche molto meno 
sani. 

Un conto per  fare uso dei metalli per il pentolame, un conto  ingerirli. E questo, considerato 
dalla medicina occidentale una sicura forma di avvelenamento,  esattamente ci che Vaidya Balendu 
faceva fare. Con un complicatissimo sistema, descritto in alcuni testi di ayurveda, riduceva i metalli in 
polvere e li dava da bere ai suoi pazienti. Avevo letto che di tutti i metalli quello a cui lui ricorreva di 
pi era il mercurio, e questa era stata unaltra ragione del mio volerlo incontrare. Il mercurio secondo la 
mitologia indiana  lo sperma di Shiva, il seme della coscienza pura. Che ci fosse nella medicina 
praticata da Vaidya Balendu Prakash qualcosa che trascendeva le apparenze? Come nellalchimia? 

Gi millenni fa sacerdoti e maghi di civilt tanto lontane e diverse fra loro come quella maya e quella 
cinese, quella egizia e quella indiana, hanno cercato di trasformare i metalli di poco valore, come il 
piombo e il rame, in metalli preziosi, come largento e loro. Questa misteriosa arte, chiamata poi 
alchimia, era parte delleterno tentativo delluomo di sapere qualcosa di pi su se stesso. La pretesa 
trasformazione materiale di un metallo in un altro era molto probabilmente un modo per celare il 
segreto di una trasformazione spirituale, quella dellanima, il cui procedimento era legato a una 
conoscenza esoterica accessibile solo attraverso lunghi e impegnativi processi di iniziazione. Non a caso 
il linguaggio in cui questa arte si esprimeva era pieno di doppi sensi. Si parlava ad esempio di uccidere 
il metallo vilio per farlo poi rinascere nobile come loro, ed era come dire: uccidere lIo per far nascere 
il S della coscienza pura. 

In Cina lalchimia entr a far parte della tradizione taoista, dove ovviamente la pretesa di produrre 
quello che veniva chiamato loro dellimmortalit mascherava un fine tuttaltro che metallurgico. In 
Europa lalchimia divenne larte di preparare una medicina attraverso un misterioso mezzo, 
identificato poi come la pietra filosofale. Una medicina per il corpo o per lanima? Mantenere questa 
ambiguit fu essenziale per i mistici medioevali, i quali evitarono di essere perseguitati dalla Chiesa per 
la loro ricerca di un rapporto diretto con Dio barricandosi dietro a una massa di alambicchi e mortai, e 
nascondendo dietro il loro lavoro apparentemente materiale di alchimisti il loro vero lavoro di 
ricercatori spirituali. 

Possibile che qualcosa di simile si nascondesse dietro la pratica del medico di Dehra Dun che 
sosteneva di trasformare il seme di Shiva in una medicina? 

La mattina dopo, nella solita Ambassador, arrivai a destinazione: non lambulatorio di un medico, 
ma una fattoria fuori citt, alla fine di una strada sterrata in mezzo ai campi. Un muro di cinta bianco, 
un cancello, un paio di edifici, una grande tettoia sopra file di buche nere nella terra rossa, e tanti 
animali - polli, anitre, pavoni e vacche - che pacificamente pascolavano attorno a un laghetto. 

Benvenuto nel centro di ricerca sul cancro pi piccolo e pi povero del mondo, disse il medico 
venendomi incontro sorridente, piccolo, vestito alloccidentale. Mi salut con una stretta di mano 
invece che con un Namaskar. No, non cera niente di santo in lui. Niente di mistico. La sua marcata 
affabilit era piuttosto da pubbliche relazioni. Non era certo un alchimista. Non era neppure 
vegetariano, e quando, indicando i polli, gli chiesi se li mangiava, mi rispose Certo!, con convinzione, 
come considerasse il non mangiarli una sciocchezza. 

Quando gli avevo parlato al telefono non mi ero presentato come un possibile paziente. Gli avevo 
solo detto che intendevo scrivere di medicina alternativa e lui si era lasciato libera lintera giornata per 


spiegarmi il suo lavoro. Cos, non cerano pazienti a far la fila, ma il telefono nellufficetto in cui ci 
sedemmo squillava in continuazione con gente che lo chiamava da mezzo mondo per consultazioni e 
richieste di appuntamenti. Nella maggior parte dei casi la sua risposta era no. 

Non era pi interessato al trattamento dei singoli casi, mi disse. La sua priorit ormai era la ricerca. 
Voleva che la sua terapia fosse accettata dalla comunit scientifica che per il momento insisteva 
nellignorarla. I medici di formazione occidentale la consideravano un anatema, mentre quelli formati 
nella tradizione ayurvedica volevano, secondo lui, evitare che la loro pratica fosse sottoposta a verifiche 
e sperimentazioni di tipo scientifico. 

Balendu Prakash stesso aveva fatto gli studi regolari di ayurveda e aveva preso la laurea che gli 
permetteva di aggiungere al suo nome il prestigioso titolo Vaidya, dottore, ma con i suoi col leghi era 
da tempo ai ferri corti. 

Gli ayurvedici sono fondamentalmente conservatori e contrari alla modernit. Continuano a trattare 
la loro medicina come fosse una religione e a parlare degli antichi manuali come delle 'scritture sacre. 
Cos impediscono che questi testi vengano criticati e messi in discussione, diceva. Quanto a me, mi 
ritengo molto fortunato a poter vivere in India e molto sfortunato a essere indiano. LIndia  piena di 
saggezza, ma oggigiorno c pi aiuto per la religione che per la scienza. Le nuove idee non sono 
benvenute, non vengono finanziate. La ricerca ayurvedica  pi o meno inesistente e da anni non  stata 
prodotta una singola nuova medicina. 

Prima di andarlo a trovare avevo letto dei suoi attacchi pubblici contro le scuole di ayurveda che, 
secondo lui, sfornano dottori che poi finiscono per praticare, illegalmente, la medicina allopatica 
occidentale per la quale non sono preparati. Avevo visto che si era anche scagliato contro tutti i 
prodotti che, sfruttando lappellativo ayurvedico, ingannano gli acquirenti e arricchiscono i ciarlatani. 

Vaidya diceva che certi ricostituenti, famosi in India e sempre pi di moda anche allestero, dove 
sfuggono ai controlli sulle medicine perch vengono venduti come integratori alimentari, sono solo 
delle pappe piene di zucchero e che i cosmetici ayurvedici sono delle pure e semplici truffe. 

Gli oli cosiddetti vegetali sono sintetici e gli shampoo che si dicono a base di erbe sono fatti con 
normalissimi detergenti. Layurveda  di moda e la gente le corre dietro. Siccome questi prodotti non 
costituiscono una minaccia per lindustria farmaceutica non vengono tolti dalla circolazione. Con le 
medicine per il cancro  diverso. Con quelle lindustria farmaceutica fa immensi profitti e siccome una 
cura come la mia costa al massimo un paio di dollari al giorno  vista come una minaccia. Lei sa quanto 
costa una terapia anticancro al Memorial Sloan-Kettering di New York? 

La sua domanda era retorica e non gli risposi che lo sapevo. Eccome se lo sapevo! 

Vaidya mi fece lesempio di un ex ufficiale dellesercito indiano che, dichiarato incurabile a Delhi, era 
venuto da lui e lui laveva rimesso al mondo al costo di dodici rupie, circa venti centesimi di euro al 
giorno. E qual era stata la medicina miracolosa? Una combinazione di metalli! 

La sua terapia si basava su una teoria molto semplice. Una malattia come il cancro  causata da uno 
squilibrio -una deficienza o un eccesso -dei metalli essenziali: il rame, largento, il piombo, loro, il 
ferro, lo stagno, lo zinco e il mercurio. La cura consiste perci nel ristabilire il loro equilibrio nel corpo. 

So bene che i metalli sono tossici, che quelli dei tubi di scappamento delle auto uccidono, ma i 
metalli possono anche ridare la vita, se vengono dalle mani di un vaidya, disse.  scritto nei vecchi 
testi: Il mercurio mille volte raffinato pu curare ogni malato, se il paziente si astiene dal sesso, dal 
mangiare sale e qualsiasi cibo aspro. Io lho sperimentato e ho visto i risultati coi miei occhi. 

Dalla sua scrivania tir fuori un pacco di carte. Erano pi di cinquanta cartelle cliniche di pazienti 
che lui aveva recentemente trattato con successo. Passandomele, disse una cosa che mi colp. So che la 
cura funziona, ma non so esattamente come e perch. Non sono sicuro delle dosi, non sono sicuro 
sulla durata del trattamento. Pareva sincero. Per questo ho bisogno di aiuto, di finanziamenti per 
portare avanti questo lavoro. 

Era venuto il momento di vedere le famose medicine. La tettoia che avevo notato arrivando 


riparava la fornace dove i metalli venivano raffinati mille volte. Le buche in terra erano di diverse 
dimensioni: alcune erano profonde un palmo di mano, altre due palmi, alcune erano fonde fino al 
gomito di un uomo. Quelle erano le unit di misura descritte nei vecchi testi. Su ogni buca la sera 
veniva messo un contenitore di terra refrattaria sigillato col fango. Dentro cera la giusta quantit di 
metallo che col fuoco si liquefaceva eliminando via via le sue impurit. Al mattino il metallo veniva 
versato in mortai di pietra e per tutta la giornata macinato a mano. Alla sera la mistura veniva di nuovo 
messa sul fuoco nelle buche e al mattino di nuovo nei mortai. Dopo mesi di questa procedura il metallo 
era ridotto a una polvere finissima, una sorta di cenere chiamata bhasma. 

Vaidya mi port nella farmacia. Seduti per terra, file di uomini spingevano lentamente avanti e 
indietro delle ruote di acciaio nella poltiglia nera sul fondo dei mortai. Sugli scaffali stavano tanti 
barattoli, ognuno con letichetta di ci che conteneva e la data di produzione. Vaidya disse che, al 
termine della procedura, le polveri dovevano restare intoccate per almeno due anni prima di essere 
somministrate. Ogni medicina richiedeva quindi almeno tre anni di preparazione. 

In una ciotola mi fece vedere del mercurio allo stato puro. Presi la ciotola in mano. Era 
pesantissima. Poi con la punta di un cucchiaino Vaidya tir fuori da un barattolo il bhasma di quello 
stesso mercurio: una polvere nera, finissima, quasi eterea. Nellacqua resta a galla perch il mercurio ha 
perso la sua natura di terra che affonda e ha preso quella del fuoco che vola, disse Vaidya citando un 
verso dei vecchi testi.41 

Li aveva studiati, i testi; li conosceva bene ormai, ma non era da quelli che era partito per la scoperta 
della sua medicina. Tutto era cominciato col padre e la storia, come Vaidya me la raccont, pareva una 
favola indiana. 

La famiglia era di Meerut, una cittadina a nord di Delhi; gente semplice, ma molto religiosa, e vari 
vecchi, alla fine della loro vita, erano diventati sanyasin. Quando il padre di Vaidya aveva appena dodici 
anni qualcuno gli fece bere dellalcool. I genitori inorriditi lo cacciarono di casa. Un sadhu di nome 
Maharaj, uno di quelli che vivevano esclusivamente di banane e di latte, laveva preso come discepolo, 
lo aveva introdotto allo studio dei testi sacri, dellayurveda e gli aveva passato il segreto di una strana 
polvere nera che Maharaj teneva sempre con s, in un sacchetto, e con cui curava le malattie ossee della 
gente. 

Fattosi adulto, il padre di Vaidya era diventato un guaritore. Grazie a un complicato processo di 
purificazione di alcuni metalli, imparato da Maharaj, manteneva una sua riserva di polvere nera e con 
quella trattava vari tipi di pazienti. Nel 1960 gli capit un funzionario governativo che allospedale 
locale era stato dichiarato incurabile a causa di una malattia gi infiltrata nel midollo osseo. Il padre gli 
dette la polvere di Maharaj e quello guar. Era il suo primo caso di cancro. A quello ne seguirono tanti 
altri e il padre divenne noto come uno che curava gli incurabili. Il padre era morto nel 1984 e Vaidya, 
che nel frattempo, su consiglio di Maharaj il sadhu, aveva fatto gli studi di ayurveda, gli era succeduto. 
Per avere pi spazio per i suoi esperimenti si era trasferito nella fattoria di Dehra Dun dove aveva 
stabilito il suo centro di ricerca. 

Il bambino pakistano guarito dalla leucemia con una mistura di mercurio, arsenico e argento era 
stato il suo primo grande successo. Da allora Vaidya diceva di essere riuscito a guarire almeno 
trentacinque diversi tipi di cancro. Sapeva benissimo che il suo sistema non funzionava in tutti i casi, 
ammetteva di aver fatto degli errori e non ebbe problemi a parlarmi dei suoi detrattori. 

Fu lui stesso a raccontarmi che le autorit mediche in Australia erano arrivate a fare degli annunci 
alla televisione per mettere in guardia, contro i rischi di avvelenamento, alcune decine di australiani che 
stavano prendendo la sua medicina. Alla parete del suo ufficio mi indic la foto di una ragazza 
occidentale, bionda. Era Catherine, uninglese andata da lui a curarsi di leucemia. Era rimasta con la 
famiglia alcune settimane, ma non era riuscito a salvarla. 

41 I testi ayurvedici relativi alluso dei metalli vanno sotto il nome di Rasashastra, letteralmente la conoscenza del mercurio. Risalgono grosso 
modo allVIII secolo dopo Cristo e sono molto pi recenti di quelli classici dellayurveda. Alcuni ritengono che questo uso dei metalli sia giunto in 
India dalla Cina. 


A quel tempo cera qualcosa che non andava nelle medicine della mia riserva, ammise Vaidya. Era 
gi successo a suo padre. Dopo anni di buoni risultati con la polvere di Maharaj, improvvisamente 
nessuno pi guariva. Ci volle del tempo per scoprire che era colpa della qualit del rame: quello ricavato 
dalle nuove monete non era pi puro come quello delle vecchie monete e solo dopo che il padre si mise 
a usare il rame ricavato dai fili elettrici, la medicina torn a essere efficace. 

E il caso di Goldsmith? gli chiesi. 

Disse che quando era stato chiamato era gi troppo tardi e che poi cerano stati conflitti col gruppo 
di medici francesi e inglesi che si occupavano di lui. 

Vaidya sapeva benissimo che oltre ai successi aveva avuto anche tanti fallimenti. Quello che non 
capiva era perch la comunit scientifica non si interessava ai casi in cui il suo sistema aveva funzionato 
e perch non lo aiutava a scoprire per quale motivo in altri casi questo non era accaduto. Dopo il caso 
del bambino pakistano alcuni medici inglesi erano andati a trovarlo per studiare la sua terapia, ma poi 
nessun altro. Ora i soli dottori che si rivolgevano a lui erano quelli che non sapevano pi cosa fare con i 
loro pazienti. 

Lui intanto continuava a fare i suoi esperimenti e a registrare ogni caso che trattava. Continua a dar 
da mangiare agli sciacalli e un giorno arriver anche il leone, gli diceva sempre il padre. E Vaidya era 
convinto che prima o poi qualcuno si sarebbe fatto avanti ad aiutarlo. 

Andando a giro per la fattoria ci avvicinammo allo stagno attorno al quale raspavano dei bei polli e 
delle anitre, mentre coppie di piccioni tubavano sugli alberi. 

Immaginiamo dessere nellantichit e di vivere in una foresta, disse Vaidya. Osserviamo la natura, 
gli animali e impariamo un sacco di cose. Vediamo che un gallo becca una certa cosa in una stagione e 
unaltra cosa in unaltra stagione. Vediamo che di certe piante lelefante mangia solo la corteccia. 
Vediamo che un animale malato va a nutrirsi di una certa erba. Copiamo gli animali, facciamo quel che 
fanno loro, ma non sempre abbiamo gli stessi risultati. Scopriamo che lerba nata in un posto non ha le 
propriet della stessa erba cresciuta in un posto diverso, magari vicino a una roccia. Allora si capisce 
che quella roccia contiene qualcosa che entra nella pianta e le d quelle propriet. 

Si prende la pietra, la si scalda, e ne esce un metallo. Si mangia quel metallo, ma si muore. Poi si 
scopre che nella terra ci sono i lombrichi che assorbono quel metallo, il rame ad esempio, e si scopre 
che il colore delle penne del gallo, cos nero-violetto,  dovuto proprio a quel rame che il gallo ingerisce 
mangiando i vermi. Il ciclo  quello: il verme mangia e ricicla il rame, il gallo mangia i vermi e assorbe il 
rame. I rishi avevano capito tutto questo. Certo: il rame allo stato naturale  un veleno, uccide, ma il 
rame  anche un antinfiammatorio e, ridotto allo stato di cenere,  capace di bloccare la crescita di un 
certo tipo di cancro. 

Lo stesso succede col mercurio. Quando la gente moriva avvelenata dal mercurio si  scoperto che 
il mercurio era arrivato fino nelle loro cellule staminali. Da questo si dedusse che poteva essere usato 
come veicolo per arrivare nel pi profondo del corpo. Layurveda questo lo sapeva da secoli, come 
sapeva delle propriet dello zinco e del ferro che la medicina occidentale ha scoperto solo di recente. 
Ma layurveda  nata senza la conoscenza della chimica, della fisica, dellelettronica. Il mio fine  portare 
queste scienze nellayurveda per raffinarla, per spiegarla, per migliorarla e andare avanti. 

Vaidya pensava modernamente, ma aveva anche i suoi dubbi sulla modernit. Ad esempio era molto 
sospettoso nei confronti di tutto quello che lindustria, specie quella alimentare, produce; era convinto 
che la terra, soprattutto a causa dei fertilizzanti, sta perdendo molte delle sue antiche propriet e che il 
cibo prodotto oggi non ha pi le sostanze di cui noi umani abbiamo bisogno, soprattutto quelle 
minerali. Per questo era molto orgoglioso del suo ecosistema, come chiamava la sua piccola fattoria, 
dove era in grado di produrre nel modo pi naturale possibile quasi tutto quello di cui lui e la sua 
famiglia avevano bisogno. L ogni cosa veniva riciclata, compreso lo sterco delle mucche e del toro 
usato per alimentare la fornace. 

Passammo lintera giornata a discutere assieme. Lui era molto contento di aver qualcuno con cui 


condividere le sue riflessioni e io di prenderne nota. 

Poco prima del tramonto, sotto la tettoia si svolse la quotidiana cerimonia dellaccensione dei fuochi 
a cui tutta la famiglia partecip. Anchio venni invitato. Si trattava di mettere in ogni buca un tizzone 
ardente che, senza soffiarci su, facesse bruciare, a fuoco lento e costante le pagnotte di escrementi 
secchi sotto i contenitori. 

Un uomo sarebbe rimasto di guardia tutta la notte. Al mattino i metalli sarebbero stati fatti freddare, 
versati nei mortai, pestati lentamente per ore e ore, e la sera di nuovo messi a cuocere. Per settimane, 
per mesi avanti cos. 

Solo in India, dove la mano dopera costa poco, ci possiamo permettere di produrre medicine di 
questo tipo. Ma forse  perch sono indiane che queste medicine non vengono prese sul serio da quelli 
del Memorial Sloan-Kettering, aggiunse. 

Durante il giorno aveva fatto vari riferimenti al mio benamato ospedale e io, senza ancora dirgli 
niente di me, gli chiesi perch si riferiva sempre a quello. Disse che non conosceva personalmente 
lospedale di New York, ma che aveva avuto molti pazienti che erano stati l e che, dopo essere stati 
dichiarati incurabili, erano venuti da lui. Sapeva che allMSKCC stavano puntando tutto sulla ricerca 
genetica, ma non pensava che la soluzione al problema del cancro stesse l. Aveva visto molti pazienti a 
cui allMSKCC avevano fatto il trapianto del midollo, ma non credeva che servisse granch. 

A me vanno bene anche i pazienti che hanno gi il midollo infiltrato, aggiunse ridendo, a mo di 
sfida. 

Allora non sono ancora pronto per essere un suo paziente, mi venne a quel punto da dirgli. E in 
poche parole gli raccontai la mia storia clinica. 

Vaidya non disse nulla, ma con quella mia confessione si era stabilita fra di noi una maggiore 
intimit. Mi invit a cena. 

Vaidya sedeva a capotavola, alla sua destra la moglie, poi i tre figli, due ragazze e un maschio, tutti 
quanti decisi a seguire le orme del padre e del nonno e a diventare medici ayurvedici. Vidi che, prima di 
mangiare, Vaidya inghiott, con acqua bevuta da un bicchiere dargento, varie pasticche: zinco, oro, 
perle, corallo e mercurio, mi spieg. Pi una dose di pepe nero perch per fare un fuoco occorre 
sempre del combustibile. 

I roti, le pagnotte di farina, che mangiammo non erano fatti di grano, ma di una pianta comunissima 
che cresceva nei suoi campi.  la farina che costa di meno, la farina che mangiano i poveri, disse 
Vaidya. E i poveri si ammalano di meno se restano fedeli alla loro dieta tradizionale. Purtroppo stiamo 
tutti diventando pi ricchi e con ci pi stupidi e meno sani. 

Fu solo quando ci sedemmo nel suo salottino per bere un t alle erbe che riprese il mio discorso. 

Un giorno dovr venire da me come paziente perch quelli dellMSKCC falliranno con lei, come 
hanno fallito con tanti altri prima di lei. Loro non sono in grado di rispondere alla sola, vera domanda: 
che cosa ha provocato il suo cancro? 

Conoscevo quellargomento. Era stato il mio durante tutti i mesi di New York. Ma lui ne aggiunse 
uno che centrava meglio la questione. 

Un malato di cancro  destinato a morire di cancro se viene trattato nel modo occidentale, cio 
combattendo il cancro e non le sue cause. Alcuni ce la fanno perch cambiano vita. 

Be questo  quel che ho cercato di fare. 

S, poi quelli dellMSKCC diranno che  stato merito loro! Comunque lei sa come fanno: prendono 
cinque anni di sopravvivenza come un successo. Poi lei muore al sesto. Un successo, questo? 

Secondo lui una delle principali cause del mio tipo di malanno era uno scompenso nel contenuto 
metallico del mio corpo. Questo era in parte dovuto allinquinamento, al fatto che la terra  sempre pi 
povera dei suoi componenti naturali e sempre pi intrisa di quelli artificiali, chimici. 

Ero daccordo. 

Mi chiese di tornare la mattina dopo a digiuno. Voleva controllare lo stato del mio sangue. Per farlo 


usava uno speciale tipo di microscopio che fa lesame in campo scuro. 

Le stelle si vedono solo di notte, quando il cielo  buio, mi spieg. Ma le stelle ci sono anche di 
giorno. Lo stesso avviene coi segni del cancro. Guardo il suo sangue e posso vedere meglio e prima dei 
medici occidentali i segni di come il suo cancro si svilupper. 

Quel discorso non mi piacque. Un ciarlatano? 

La sera, di nuovo in un alberguccio questa volta nel centro di Dehra Dun, prima di addormentarmi 
lessi altre divertenti, ma poco edificanti storie di animali dei Pancatantra. Una era questa. 

Un vecchio leone andava ogni giorno dopo pranzo nella sua tana a fare un sonnellino, ma veniva 
regolarmente disturbato da un topo che gli entrava nelle orecchie e gli rosicchiava il pelo. Il leone era 
grande e grosso e forte, ma non riusciva ad acchiappare quel minuscolo animale. Chiese allora a un 
gatto di fargli da guardiano. In cambio gli avrebbe dato da mangiare. Tutto fil liscio. Il topo, vedendo 
il gatto, non usciva dal suo buco, il leone dormiva tranquillo e il gatto mangiava a volont da quel che il 
leone gli metteva generosamente a disposizione. Il leone era cos contento che elogiava e ringraziava 
continuamente il gatto per il suo aiuto. Un giorno per il topo, ormai affamato, usc dal suo buco e il 
gatto, senza pensarci due volte, gli balz addosso e lo ammazz. Quando il leone si svegli dal suo 
sonnellino, il gatto, orgogliosissimo, gli raccont quel che era successo. L per l il leone non disse nulla, 
ma il suo atteggiamento nei confronti del gatto cambi completamente. Non gli parl pi e non gli 
dette pi una briciola da mangiare. Il gatto non capiva. 

Ho fatto il mio dovere. Perch mi tratti cos? os finalmente chiedere, dopo giorni di digiuno. 

Misera, piccola bestia. Sei un servo che non serve pi. Vattene via e lasciami dormire, rispose il 
leone. 

La mattina dopo, senza aver mangiato nulla dalla sera prima, arrivai a casa di Vaidya. La famiglia 
stava ancora facendo colazione con lui a capotavola e la porta della stanza aperta sullecosistema 
piccioni, polli e anitre che reclamavano la loro parte. 

Vaidya mi affid a una giovane microbiologa addetta al microscopio. La ragazza mi prese una goccia 
di sangue, la mise su un vetrino e pochi minuti dopo, su un grande schermo televisivo, assistetti al 
bellissimo spettacolo di tante forme di diversi colori che si muovevano, si toccavano, si abbracciavano, 
si fagocitavano, cambiavano di forma e di colore. Unincredibile vita si agitava in quella proiezione della 
mia goccia di sangue! 

Secondo la ragazza andava tutto bene. Poi venne Vaidya e lui trov che nel sangue cerano ancora le 
tracce del mangiare di dodici ore prima, segno di cattivo assorbimento; che le mie cellule non erano 
perfettamente tonde, segno che mancavano di ferro; che le mie resistenze erano basse e che quelle, 
invece di sopravvivere per cinque ore, dopo unora erano gi morte; che 

Pensai che lintero spettacolo, con quel tocco di modernit dovuto al grande schermo televisivo, 
fosse tutta una messa in scena per rendere credibile la somministrazione dei metalli. Una trappola? 
Come, fra le varie telefonate che cominciarono ad arrivare, quella della madre del ragazzo pakistano che 
chiamava da Dubai per salutare Vaidya? Mi ci fece parlare. Il ragazzo ora aveva sedici anni e stava 
benissimo. Erano eternamente grati a Vaidya per quel che aveva fatto. 

Un caso? O lui aveva organizzato quella telefonata per impressionarmi? Optai per il caso. Vaidya 
istintivamente mi piaceva. E il suo sistema era certo servito a ridare speranza a tanta gente che non ne aveva pi e forse anche a curare qualcuno. Ma in fondo il suo atteggiamento di medico dinanzi alla malattia non era diverso da quello degli aggiustatori di New York che criticava. Anche lui vedeva me solo come corpo, un corpo a cui mancava qualche metallo e nientaltro. Nel migliore dei casi, anche lui voleva introdurre in me un po di materia per accomodare la materia. E a questo non ero pi interessato. 

Quando mi disse che avrei dovuto cominciare a prendere una sua combinazione di metalli per 
rafforzare il mio sistema immunitario, risposi che al momento non volevo pi medicine e che ero 
venuto da lui pensando magari di incontrare un alchimista. A quellidea rise divertito. Ma credo che mi cap e alla fine ci salutammo molto cordialmente. Gli promisi che avrei scritto di lui e dei suoi esperimenti il pi onestamente possibile. 

Avevo sette o otto ore di macchina dinanzi a me per tornare a Delhi e mi distesi sul sedile posteriore della vecchia Ambassador. La strada era piena di buche e non potevo leggere. Cos, per addormentarmi, mi raccontai una storia di animali. Non una di quelle dei Pancatantra, intese solo a insegnare qualcosa di materialmente pratico, ma una di quelle molto pi antiche e semplici dei Veda, intese a suggerire un fine pi alto della vita. 

Un falco un giorno, volando sulla campagna, vede un pesce venire alla superficie di uno stagno. Si 
butta gi in picchiata, lo prende nel suo becco e vola via. Una banda di corvi, che ha seguito la scena, si precipita su di lui e cerca di portargli via il suo boccone. Sono in tanti, petulanti e rumorosi. A quei corvi se ne aggiungono altri. Il falco cerca di alzarsi in aria, ma i corvi gli sono addosso, lo attaccano, lo beccano, non gli danno tregua. Quando il falco si rende conto che tutto questo gli succede perch lui resta attaccato alla preda, la lascia andare. I corvi si precipitano dietro al pesce e il falco vola via, leggero. Niente, nessuno lo disturba o lo distrae pi. Finalmente pu salire, salire sempre pi in alto, verso linfinito.  libero.  in pace.
...
.
...
UN FLAUTO NELLA NEBBIA.
...
.
...
E la foresta mantenne le sue millenarie promesse. Bast incamminarsi. A ogni passo si animava di 
pi, diventava pi misteriosa, pi sacra. Gli alberi parevano le navate di unimmensa cattedrale, il sole filtrava obliquo tra le fronde come attraverso magiche vetrate. Presto attorno a noi non cera pi niente che ci ricordasse il nostro tempo. La sola traccia umana era il sentiero che ora saliva, ora precipitava in una forra oscura per poi salire di nuovo, sempre pi su, sempre pi in alto. 

Gli alberi erano antichi: i lecci, barbuti di muschio e licheni che pendevano dai rami contorti; i 
rododendri giganti dalla corteccia di infinite sfumature di grigio, rosa e violetto; ogni pianta aveva la sua personalit, la sua storia, cicatrici di fulmini e incendi impresse nei tronchi secolari. 

Quella sulle pendici dellHimalaya era la foresta di tutte le leggende. Ogni erba poteva essere una 
medicina, ogni anfratto il rifugio di un santuomo, ogni buca la tana di un orso o di un leopardo. Non 
siamo pi abituati a tanta naturale maest e lo stupore, assieme a una leggera inquietudine, ci tolse la 
parola. Camminammo in religioso silenzio, attenti al frusciare delle foglie, allo scalpicciare lontano di un 
animale, al grido di un uccello. La foresta bisbigliava di mille vite e tutte assieme di una sola. 

Salendo su per una montagna si pensa spesso alla ricompensa che se ne avr; se non altro quella di 
guardare il mondo dallalto. Per noi la sorpresa venne prima. In mezzo al bosco vedemmo un muro di 
grosse pietre coperte di borraccina, poi un cancello di ferro, arrugginito e chiuso. 

Lo aprii. Passammo fra due imponenti alberi che stavano come di guardia ai lati del sentiero; 
facemmo ancora una cinquantina di passi; la foresta fin, il sentiero curv e, inaspettato, in piena luce, ci 
apparve un anfiteatro di prati verdissimi, a terrazze; in alto, come sullultimo spalto, in sella al monte, la sagoma di un camino, di un tetto, di una casa acquattata allombra di alti cedri. 

Tutto divenne improvvisamente immobile e silente come non fosse pi vero, ma dipinto su una 
grande tela in cui noi, per incantesimo, stavamo per entrare. Era una visione fuori dal tempo, la 
rappresentazione di una pace che non conosciamo pi. Abbai un cane e un vecchio che dormiva al sole si alz. 

Dovemmo salire ancora un po per raggiungere quelle due sagome nere che si stagliavano contro il 
cielo. Quando arrivammo sul crinale, quel che ci si par dinanzi ci tolse lultimo fiato: lungo lintero orizzonte, al di sopra di un oceano di monti e valli, al di sopra di banchi di nuvole, ancor pi in alto, l 
dove il mondo sembrava ormai finito, svettavano a perdita docchio montagne impervie dun bianco 
che quasi luccicava sullo sfondo azzurro. Immateriali, inverosimili come quelle di un quadro. 

Dica la verit, quelle sono dipinte! dissi rivolto al Vecchio che ci aspettava, fermo, davanti al 
portico della casa. Fece una gran risata. Certo.  il Divino Artista a farle. E ogni giorno me le dipinge diverse, disse. Poi, guardandomi fisso, aggiunse: La verit? Perch, voi siete in cerca della verit? Come potevamo dire di no? 

La verit  come la bellezza. Non ha limiti, continu. Non pu essere imprigionata nelle parole o nelle forme. La verit  senza fine. 

Angela e io ci guardammo. A questo punto non cera pi bisogno di presentarsi. 

Il Vecchio ci invit a sedere su due poltroncine di vimini e ci offr dellacqua. 

Viene da una sorgente, qui sotto nella foresta, ci rassicur. 

Asciutto e rugoso, il Vecchio pareva lui stesso un legno del bosco che avevamo appena lasciato. 
Portava pantaloni marroni, un maglione verde marcio e un berretto di lana, anche quello del colore 
delle foglie. Un paio di occhiali poggiavano sul suo grosso naso e una barba bianca gli incorniciava la faccia scura di indiano, a cui anni di sole avevano aggiunto una profonda abbronzatura. Dal soffitto del portico pendevano corde, ceste e mazzi derbe secche. 

Era dicembre, ma il sole era caldo, laria cristallina e le montagne alle nostre spalle erano presenti come un altro invitato, o, forse, come il vero padrone di casa. Il cane si calm e si mise a dormire ai piedi del Vecchio che lentamente cominci ad arrotolarsi una sigaretta. Dai cespugli di salvia selvatica davanti al portico spuntavano lunghi diti di piccoli fiori viola e bianchi; i rosi, non potati da tempo, erano pieni di roselline spampanate. Sembrava che ogni filo derba e ogni pietra si godesse la sua pace e il sole. 

Appena tirammo fuori il pane e il formaggio che ci eravamo portati dietro, due corvi nerissimi 
calarono, gracchiando, dalla cima di un cedro e vennero a reclamare la loro parte. Il Vecchio disse che da anni erano i suoi regolari commensali. 

Maschio e femmina? chiesi.  un problema che riguarda loro, non me, rispose con una risata divertita. 

Angela e io continuavamo a guardarci. Che cosa ci aveva portato l? A prima vista la solita casuale 
catena di piccoli passi, coincidenze, decisioni che solo poi sembrano gestite da qualcuno che non siamo proprio noi. 

In tanti anni dIndia Angela aveva visto lHimalaya solo da lontano, a Dharamsala, e avevamo deciso 
di passare i giorni di Natale ad Almora, una vecchia cittadina nella grande barriera montagnosa, l dove 
lIndia confina a nord col Tibet e a est col Nepal. Stavamo in un bungalow ottocentesco, diventato 
pensione, che porta il nome dei maestosi cedri che un tempo coprivano tutta la zona, The Deodars, gli alberi degli dei. 

Almora ha una lunga storia. Se ne parla gi nei Purana, le antiche leggende, e per secoli  stata la 
porta daccesso ad alcune delle pi sacre vette dellHimalaya e ai loro segreti. Ad Almora facevano 
tappa i sanyasin che avevano deciso di andare nella foresta e i santuomini che si ritiravano ancora pi 
in alto, nei ghiacciai. Ad Almora si sono fermati poeti come Tagore e mistici come Vivekananda, che ci 
fond uno dei suoi ashram. Gandhi, dopo averci passato alcune settimane, disse che era il luogo ideale 
per la salute dellanima e del corpo. 

In termini di geografia sacra, Almora si trova al centro di un triangolo tantrico -altri dicono di una 
svastica -e questo ha contribuito alla sua fama di posto particolarmente adatto alla concentrazione e 
alla vita spirituale. 

Nel secolo scorso Almora, con lHimalaya su tutto il suo orizzonte e le sue foreste ancora pressoch 
intatte, aveva attratto anche un piccolo numero di stranieri sulle cui tracce mi ero messo. Erano tutti 
andati ad abitare lungo uno stretto crinale che, a cavallo fra due profonde valli, si estendeva dai 
Deodars per alcuni chilometri oltre lantico tempio di Kasar Devi. Proprio per la presenza di quei 
particolarissimi stranieri venuti a rifugiarsi lass, col tempo aveva preso il nome di Cranks Ridge, il 
Crinale degli Strambi. 

Fra questi eccentrici personaggi cera stato Evans-Wentz, un americano di origine tedesca, teosofo, a 
cui dobbiamo la prima edizione del classico Libro Tibetano dei Morti e La vita di Milarepa. Cera stato 
Lama Govinda Anagarika, nato nella Germania orientale, arrivato sul Crinale dopo aver studiato il pali, 
la lingua dei primi testi buddhisti, a Napoli, e dopo un lungo soggiorno a Capri dove qualcuno lo aveva 
preso per la reincarnazione di Novalis, il primo poeta romantico tedesco. Novalis era morto di 
tubercolosi a ventinove anni nel 1801, lasciando a met un piccolo romanzo. Lama Govinda, ancora 
giovanissimo, ne aveva stranamente scritto la fine, senza sapere n di Novalis, n della sua opera 
incompiuta. 

Un altro personaggio, anche lui arrivato lass passando per Capri, era stato Earl Brewster, un pittore 
americano, amico di D.H. Lawrence e di Aldous Huxley. Un altro ancora era un danese, Sorensen, 
venuto in India attratto da Tagore. Per alcuni anni aveva fatto il giardiniere nella sua accademia di 
Shantiniketan, poi sera spostato sul Crinale ed era diventato sadhu col nome di Baba Sunyata, Padre 


Zero. 

Anchio cercavo un rifugio e lidea di passare un po di tempo sul Crinale, magari in una delle 
vecchie residenze degli Strambi, mi attirava. Ma anche l tutto era cambiato. La propriet che era stata 
di Wentz, e poi per quarant'anni di Lama Govinda, era stata lottizzata e delle brutte case di cemento 
erano sorte l dove i due studiosi avevano con amore ricreato un piccolo Tibet. Al posto del bungalow 
in cui Brewster era vissuto per quasi mezzo secolo e in cui era morto nel 1959, allet di ottantun anni, 
cera una villa moderna; e proprio alle spalle di Kasar Devi, uno dei templi pi sacri della regione, al 
centro del triangolo tantrico, era stato installato un ripetitore per i telefoni che col suo enorme traliccio 
di ferro dissacrava lintero panorama. 

Nella pi grande democrazia del mondo ognuno  libero di fare quel che vuole, soprattutto il 
proprio interesse. E cos il Crinale, un tempo coperto da una densa foresta,  ormai disboscato e 
punteggiato da bianchi cubicoli di cemento che vengono affittati ai nuovi Strambi: non pi gli eccentrici 
e colti personaggi di qualche decennio fa, ma frotte di hippy occidentali, attratti principalmente dalla 
buona qualit dellhashish che qui cresce selvatico lungo tutti i muri, compreso quello della stazione di 
polizia. 

Ero andato a vedere se potevo affittare uno di quei cubicoli, ma ero scappato via disperato. Finch 
una mattina Richard Wheeler, il proprietario dei Deodars, mentre facevamo colazione sulla sua terrazza 
assolata che si affaccia come la tolda di una nave sul mare di nebbia delle valli, mi indic, dietro le 
catene di montagne che sfumavano via azzurre, unultima, lontana vetta pi scura delle altre. 

Vedi, lass non  cambiato niente. La foresta  quella di sempre e in cima, credo ci abiti ancora un 
vecchio indiano, disse. 

E quella vetta si mise a parlarmi. La guardavo e la sentivo sussurrarmi i versi di Kipling: 

Qualcosa  nascosto. Vai a cercarlo 
Vai e guarda dietro ai monti 
Qualcosa  perso dietro ai monti 
Vai!  perso e aspetta te. 


Una mattina ci mettemmo in viaggio. La macchina and su e gi per poggi e valli, poi prese per una 
stradina tutta in salita attraverso una foresta prima di pini, alla fine di lecci. In meno di due ore 
arrivammo a una radura nel cui ventre umido era accucciato, bianco e arancione, un mandir, un 
tempietto ind. Era dedicato a Shiva ed era accudito da una vecchia sanyasin. L lasciammo la macchina 
e ci incamminammo per il sentiero che si addentrava nella foresta. Su, su per pi di unora, fino al 
cancello arrugginito, al Vecchio e alla sua casa. 

Questo  il posto ideale per chi vuol digiunare dal mondo, dissi al Vecchio. 

Lui ci digiunava da quasi mezzo secolo. Anche lui era vissuto sul Crinale, ma quando la vecchia 
generazione degli Strambi aveva cominciato a sparire e a essere rimpiazzata dai nuovi venuti, quando la 
vecchia strada sterrata che correva lungo il Crinale venne prima allargata e poi anche asfaltata, aveva 
deciso di andare pi su. Gli Strambi di un tempo, disse, erano venuti nellHimalaya alla ricerca di 
qualcosa al di l di se stessi; i nuovi cercavano solo illusioni. Timothy Leary, il guru americano 
dellLSD, ex psicologo di Harvard, era arrivato sul Crinale agli inizi degli anni Sessanta. Lui e le sue 
pasticche erano stati il simbolo della svolta. 

I personaggi a cui io mi interessavo, il Vecchio li aveva conosciuti tutti. Era arrivato sul Crinale da 
giovane pittore e il suo primo contatto era stato Brewster, a quel tempo gi avanti con gli anni. 
Brewster, un americano di famiglia benestante, aveva scritto a Capri, nella Casa dei Quattro Venti, un 
libro sulla vita di Buddha e aveva fatto un po di scultura. Da Capri sera spostato a Colombo, sullisola 
allora chiamata Ceylon, da l a Pondicherry, nellashram di Sri Aurobindo, e verso la fine degli anni 
Venti ad Almora dove si era messo a dipingere. Secondo il Vecchio, Brewster era riuscito a cogliere lo 


spirito delle montagne meglio di chiunque altro: costante fino alla fine. 

Il Vecchio ci parl poi di Rudolf Ray, conosciuto sul Crinale solo come Ru, un ebreo di origine 
russo-polacca. A Vienna sera fatto un nome come ritrattista, ma poi, influenzato da Freud, aveva 
smesso di dipingere ci che  visibile per dedicarsi invece alla rappresentazione dellinconscio, e cos 
era finito fra gli Strambi. Dipingeva al buio, a volte per ore di seguito, senza neppure essere sicuro che i 
colori finissero sulla tela. Ru, disse il Vecchio, era intossicato dalla bellezza. Per lui tutto era bello. 
Non vedeva mai una cosa a s stante, vedeva il legame fra tutte le cose, e questo per lui era la bellezza. 

Anche la moglie di Lama Govinda, Li Gotami, una ricca parsi di Bombay, era pittrice. Lei voleva 
vedere il mondo da una diversa prospettiva e per ottenere questo dipingeva guardando le cose a testa 
in gi, fra le sue gambe. Il danese Padre Zero, secondo il Vecchio, era il pi strambo di tutti. Come tutti 
gli altri anche lui cercava di superare lio e non parlava mai di s in prima persona. Su questo scrisse 
un libretto intitolato Perch ci chiamiamo Noi. Padre Zero aveva un cane a cui era molto affezionato. Lo 
chiamava Wu, che in cinese  un privativo, significa quel che non c. 

Destate  il mio guru. Dinverno la mia borsa dacqua calda, diceva. 

Il Vecchio, pur avendo passato gli ottant'anni, aveva una memoria formidabile. Si ricordava nomi, 
date, conversazioni, dettagli. Era come se la sua mente fosse continuamente a fuoco. Gli chiesi comera 
possibile. E fu l che per la prima volta accenn al trucco della candela. 

Nella vita non ho fatto altro, disse ridendoci su, e declam due famosi versi della Gita: 

Come una fiamma che non tremola al vento 
Tale  la mente concentrata su Brahman. 


Raccont che poco dopo essere arrivato sul Crinale aveva preso la pi importante decisione della 
sua vita: invece di diventare pittore, voleva essere se stesso. Aveva bruciato tutti i suoi quadri e si 
era dedicato a mettere a fuoco la mente, ad andare al di l. Non us mai la parola meditazione. 
Disse per che ogni notte si alzava per stare due o tre ore in silenzio, immobile davanti a un cero 
acceso. Quellesercizio era il trucco della candela. 

Gli chiesi quali altri indiani erano vissuti sul Crinale. Uno di cui era stato amico era Boshi Sen, un 
bengalese, sposato a una americana, nipote di Waldo Emerson. La sua passione era la botanica. Fin da 
giovane, a Calcutta, aveva cercato di dimostrare che anche le piante hanno sentimenti. Era convinto 
che esiste un altro mondo al di l di quello materiale e che lintero creato  pervaso da una coscienza 
dello stesso tipo di quella umana. 

Parlando della gente che aveva conosciuto, il Vecchio finiva spesso per descrivere il loro modo di 
ridere. La risata di una persona era, secondo lui, un importante criterio di giudizio. Un ridere 
intellettuale era negativo; un ridere ingenuo o semplice era positivo. Quelli che sapevano ridere 
anche di s, come Brewster, avevano un sorriso puro. 

Lui stesso, mi accorsi, aveva un bel modo di ridere, pur con lenfisema dovuto alle sigarette che da 
decenni continuava ad arrotolarsi e a fumare con passione. 

La risata pi particolare, perch profondamente sincera, era stata secondo lui quella di Krishna 
Prem, un inglese nato col nome di Roland Nixon, pilota nella Prima Guerra Mondiale e poi professore 
allUniversit di Lucknow in India. Nel 1929 era arrivato ad Almora per fondare assieme al suo guru, 
una donna, lashram di Mirtola, ad alcuni chilometri dal Crinale. Il Vecchio aveva frequentato 
quellashram senza per diventarne mai membro. Per la propria ricerca lui aveva preferito la solitudine 
di casa sua. 

Parlando, il Vecchio not il mio orologio sovietico con limmagine di Buddha che con la mano 
destra tocca la terra per prenderla a testimone del suo aver raggiunto lilluminazione. 

Ah, leternit intrappolata nel tempo E che tempo! disse. Almeno fosse quello dellesperienza. 
No,  il tempo dellorologio con le lancette che escono dal cuore del Risvegliato! Lo trovava orribile. 


Non gli raccontai dove lavevo comprato. Quella era una storia del repertorio a cui avevo rinunciato. 
Dissi solo che in tutta la vita non avevo fatto che viaggiare e che ora volevo fermarmi. 

 il solo modo per conoscersi, comment e, per spiegarsi, sempre indicando nel quadrante del mio 
orologio il Buddha avvolto nella sua tunica arancione, raccont una storia. 

Un giorno Buddha  in viaggio e vuole attraversare una foresta. Tutti glielo sconsigliano. La foresta  
pericolosissima. Ci si nasconde un bandito malvagio che si diverte ad assaltare i viandanti, derubarli e 
tagliare loro le dita per aggiungerle alla collana che tiene sul petto. Il suo nome , appunto, Angulimal: 
anguli, le dita, mala, la collana. Buddha non si fa distogliere dal suo intento e da solo si avvia. Appena il 
bandito lo vede, si getta al suo inseguimento, ma non riesce a raggiungerlo. Angulimal va da una parte e 
Buddha  dallaltra, corre dallaltra e Buddha  altrove. Esausto, Angulimal urla: 

Ma chi sei? Uomo o superuomo? Dio o diavolo? Ti corro dietro e non ti raggiungo mai. Come puoi 
essere cos pi svelto di me? 

Sei tu che corri. Io non mi sono mai mosso risponde Buddha. Eccomi qua. 

Angulimal allora si ferma e finalmente raggiunge Buddha. Capisce, si getta ai suoi piedi e diventa 
suo discepolo. 

Il punto della storia, concluse il Vecchio,  che bisogna fermarsi per conoscersi, per essere se 
stessi. 

Se lo capivo! Da anni avevo sentito questa necessit e avevo cercato di fermarmi da qualche parte. 
Arrivato in India, avevo chiesto a giro se non cera un posto dove potevo ogni tanto ritirarmi a scrivere. 
A Delhi alcuni conoscenti mi avevano parlato di una vecchia casa isolata nelle montagne del Nord in 
cui Nehru era stato tenuto prigioniero dagli inglesi. 

Ma se scrivi col computer, non fa per te, avevano poi detto. Non c elettricit. E il discorso sera 
chiuso l. 

Raccontai al Vecchio dessere stato per tre mesi da Swami Dayananda a studiare il Vedanta, ma che 
lashram non era il posto in cui potevo fermarmi. 

I swami credono troppo nelle parole, disse. Era come se avesse letto nei miei pensieri e, prima che 
io dicessi quanto per il Vedanta mi aveva aiutato, aggiunse: Il Vedanta  un ottimo punto di partenza, 
ma troppo intellettuale. La vera conoscenza non viene dai libri, neppure da quelli sacri, ma 
dallesperienza. Il miglior modo per capire la realt  attraverso i sentimenti, lintuizione, non attraverso 
lintelletto. Lintelletto  limitato. 

Non capivo esattamente dove stava; quale fosse la sua posizione. Non vestiva di arancione come i 
rinunciatari, non aveva sulla fronte il tocco rosso degli ind; non cera niente nel suo aspetto, n in quel 
che aveva detto, che indicasse la sua appartenenza a una particolare fede. Allora? 

Vedanta, buddhismo, induismo, jainismo: l'uno non esclude laltro, rispose. Questa  lIndia; una 
civilt fatta di varie religioni, tutte per fondate su alcune idee di fondo che nessuno, da Buddha in poi, 
ha mai messo in discussione. 

Si ferm; e, guardandomi come per esser sicuro che capivo e che magari le condividevo, si mise a 
elencare quelle idee: 

Questo non  il solo mondo, disse, indicando con un ampio gesto del braccio lintero orizzonte. 

Questo non  il solo tempo, e punt il dito contro il mio orologio. 

Questa non  la sola vita, e indic se stesso, Angela, me, il cane e tutto quel che cera attorno. 

Si ferm come per farci riflettere. 

E questa non  la sola coscienza. Toccandosi il petto concluse: Ci che  fuori  anche dentro; e 
ci che non  dentro non  da nessuna parte. 

Poi, come volesse alleggerire latmosfera, scoppi in una bella risata e, rivolto a me, aggiunse: Per 
questo viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non trover mai niente fuori.  inutile andare 
a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di s. 

Mi sentii colpito. Aveva ragione. 


A forza di parlare erano passate le ore. Dinverno le giornate sono corte. Col sole che si abbassava 
allorizzonte, laria si era raffreddata e il Vecchio ci invit a entrare in casa. Passammo da una cucina 
tetra e primitiva in una stanza da pranzo spartana, con un tavolo ovale, quattro sedie e un otre in un 
angolo, ed entrammo in una stanza che era come la volta di un tesoro. E il tesoro era bene in vista sulla 
parete di fondo dove una grande finestra incorniciava un quadro eccezionale: in primo piano i tronchi e 
le braccia scure di due cedri; dietro, la catena delle montagne con al centro il massiccio del Nanda Devi, 
che il sole calante cominciava appena a tingere di rosa. Non una natura morta, ma una gloriosa natura 
vivente che mutava sotto i nostri occhi esterrefatti. 

Il soffitto della stanza era alto, di legno annerito da anni di fumo, le pareti color ocra, il pavimento di 
vecchie travi. Nel camino era sistemata una stufa di ferro, tonda come una mezza damigiana, da cui 
veniva un calore profumato. Sulla mensola meditava un piccolo Buddha di bronzo. Un vecchio divano 
marrone, come fosse il palco donore di un teatro, stava sul fondo della stanza, dinanzi alla finestra 
dove lo spettacolo delle montagne non smetteva mai. Ai lati cerano due poltroncine di legno intarsiato; 
su un piccolo mobile la foto in bianco e nero di un vecchio indiano e un vaso di ottone da cui spuntava 
un fiore giallo. 

Mi voltai. Sulla parete dirimpetto alla finestra stava, incorniciato di grigio, un quadro con le stesse 
montagne, viste dalla stessa finestra, alla stessa ora, con gli stessi colori. Mi avvicinai. Nellangolo 
destro, in basso, cera una firma blu: E.H. Brewster. 

Il quadro aveva una sua forza silenziosa; emanava una luce che pareva il riflesso di quella fuori dalla 
finestra. Cera qualcosa di stregato, di inafferrabile, quasi dinquietante in tutto questo: il quadro del 
quadro nel quadro in cui fin dallinizio mi era sembrato di entrare. E per un attimo mi sentii quasi 
perdere in questo strano gioco di specchi in cui la coscienza pareva rimbalzare. 

Questa  la casa pi bella che abbia visto in vita mia, mi venne da dire per rompere il silenzio, ma 
anche per accertarmi che tutto quel che succedeva non fosse unallucinazione. 

Amo questa casa, ma sono anche corrisposto, rispose il Vecchio. Perch questa casa ama me. 
Disse che era stata costruita ai primi dellOttocento da un funzionario coloniale inglese. E poi aggiunse: 

Durante la Seconda Guerra Mondiale gli inglesi ci tennero prigioniero Nehru. 

Angela si ricordava come me della storia e ci guardammo increduli. Comera possibile? In un paese 
immenso come lIndia, con centinaia di milioni di case, questa era la casa di cui avevo sentito parlare 
anni prima, prima del malanno, prima delle medicine! 

Ebbi limpressione di qualcosa, di qualcuno che giocava con me, di una forza davanti alla quale non 
potevo, non dovevo resistere. Era come se tutto fosse gi successo. 

Nellatmosfera che si era creata, mi sembr che tacere su un dettaglio che mi riguardava equivalesse 
a mentire. Cos, in poche parole raccontai al Vecchio del viaggio incominciato a Bologna, passato per 
New York e che mi aveva portato ad Almora in cerca di un rifugio. 

Ah, il cancro! disse, di nuovo accompagnandosi con la sua roca risata da fumatore, e mi fece una 
domanda che da allora -penso -dovrebbe esser posta a tutti gli studenti di medicina il primo giorno di 
universit: Sono le malattie a causare la morte, o  la morte a causare le malattie? 

Poi continu. Volevo davvero smettere di viaggiare? Cercavo davvero un rifugio? Ce nera uno poco 
lontano da l. Era nato come ripostiglio, ma da qualche anno era stato reso abitabile. 

Andammo subito a vederlo. Era una modesta casetta di pietre col tetto coperto di lastroni. La porta 
era bassa, una scala stretta e ripida portava a un soppalco di legno con un piccolo camino. Le pareti 
erano intonacate di fango e sterco di vacca, la finestra era grande, con la vista sul Nanda Devi, la 
montagna pi alta dellIndia. 

Puoi venirci a stare quando vuoi, disse il Vecchio. 

Ammutolii. 

La vita  un mistero ed  bene che rimanga tale. Qualcosa, qualcuno teneva in mano il filo della mia 


come tiene un sonnambulo in bilico sul cornicione di un tetto e lo guida, impedendogli di precipitare. 

Quando lallievo  pronto il maestro compare, dicono gli indiani a proposito di un guru, ma lo 
stesso  vero di un amore, di un posto, di un avvenimento che solo in certe condizioni diventa 
importante. Inutile cercare le ragioni, andare a caccia di fatti e spiegazioni. Noi stessi siamo la riprova 
che c una realt al di l di quella dei sensi, che c una verit al di l di quella dei fatti e se ci ostiniamo 
a non crederci, perdiamo laltra parte della vita e con quella la gioia, appunto, del mistero. 

Si era fatto tardi. Angela e io dovevamo attraversare di nuovo la foresta fino al mandir e finimmo 
per partire cos in fretta da risparmiarci tutti i ringraziamenti. 

A presto, a presto, urlai, avviandomi. Prima di scendere nella conca dei prati gettammo ancora uno 
sguardo alle montagne. Il sole era gi scomparso, ma il Divino Artista stava dando unultima pennellata 
di rosa caldo alle cime dei ghiacciai, dopo aver coperto dun velo scuro e gelido le gole e i crepacci in 
basso. Facemmo la strada di ritorno quasi di corsa, leggeri, come fossimo un po ubriachi o appena 
scesi da un ottovolante. Non smettemmo mai di parlare. 

Ne avevamo di cose da dirci e da decidere, Angela e io! E lei fu generosissima. Per quarant'anni 
avevo spartito con lei le esperienze pi varie e quasi tutte le pi belle. Lavventura che stavo per 
intraprendere, per, era diversa; era un viaggio che non potevamo fare in due. Lei lo sapeva. Come me, 
era stata colpita dai versi di Attar42 che il Vecchio, salutandoci, aveva citato a mo di viatico: 

Il Pellegrino, 
Il pellegrinaggio e il cammino: 
Nientaltro che me 
Verso me stesso. 


Tornammo a Delhi e lei part per Firenze. Per tanti versi fu una separazione. Angela tornava alla vita 
che conoscevamo, io andavo verso una di cui non ero neppure sicuro che esistesse. Ma dovevo 
provare. Senza limitazioni di tempo, senza scadenze. Medici, medicine, guaritori e miracoli non mi 
interessavano pi. Con le cure pi o meno efficaci del corpo avevo chiuso. Cercavo altro. Come Padre 
Sogol nel Monte Analogo, il racconto allegorico di Ren Daumal, non volevo morire senza aver capito 
perch ero vissuto. O, molto pi semplicemente, dovevo trovare dentro di me il seme di una pace che 
poi avrei potuto far germogliare ovunque. 

La normale vita quotidiana era diventata per me una piovra dai mille tentacoli. Non riuscivo a 
sfuggirle. La mia testa, costantemente occupata da un pensiero di difesa, di organizzazione, da un 
progetto o una speranza, non era mai vuota e con ci mai pronta a qualcosa di pi grande. A Firenze 
Anam era un personaggio ancora pi ridicolo di quello che aveva sostituito. E ancor prima che agli altri 
sembrava ridicolo a me, a me che sentivo di non essere n questo n quello. Ma chi ero? 

I sanyasin, quando lasciano il mondo tagliano tutti i legami, muoiono nei confronti del loro 
passato e vanno per questo a vivere il pi lontano possibile da tutto ci che  stato loro: famiglia, 
lavoro, amici. Io non ero ancora a quel punto, n volevo sinceramente arrivarci; ma dovevo staccarmi, 
prendere distanza. Dovevo provare quel solitario viaggio di cui sentivo il bisogno e di cui quel cancello 
arrugginito nella foresta era forse la porta visibile allinvisibile. 

Restai a Delhi una decina di giorni. Comprai un pannello solare, una batteria e un convertitore che 
avrebbero alimentato il piccolo computer con cui contavo di scrivere. Feci riserve di cibo e di incenso. 
Da Chiang Mai mi feci arrivare un chilo del migliore t ulong. Poi, feci varie volte il giro della casa per 
scegliere, fra le tante cose e i libri accumulati in una vita, quel poco che mi avrebbe ancora fatto piacere 
avere attorno. 

42 Farid Addin Attar, il Profumiere, sufi persiano del XII secolo, autore del poema filosofico religioso Mantiq ut-Tahir, Il verbo degli Uccelli. 


Presi il tanka col Buddha della Medicina che mi era stato dipinto a Dharamsala, un piccolo bronzo 
moderno di Milarepa e quello antico, cinese, del Buddha da viaggio, come lo chiamavo, che era stato 
sul davanzale della mia finestra a New York. Non mi dimenticai la vecchia teiera fatta a Yixing in Cina, 
almeno un centinaio di anni fa, e due piccole ciotole di porcellana bianca, finissima. Fra i libri scelsi una 
copia delle Upanishad, una della Gita e qualche raccolta di poesia, soprattutto indiana. 

Ad Almora, dove mi fermai unultima notte nel vecchio lusso ex coloniale dei Deodars, comprai un 
contenitore di rame per filtrare lacqua e, per poter dormire sul pavimento di legno, dei tappeti e delle 
spesse coperte di lana tessute dai bothia, i pastori di ceppo tibetano che vivono sul versante indiano 
dellHimalaya. 

Quando il mio bagaglio venne scaricato al mandir e dei portatori se lo misero in spalla, avviandosi 
davanti a me nella foresta, mi venne in mente limmagine di Lao-tzu che, seduto di traverso sul suo 
bufalo, varca la Porta di Giada per scomparire nellHimalaya. 

Da che luomo  uomo e abita le terre che oggi conosciamo come India, Tibet, Nepal, Cina e 
Pakistan, quelle remote, immacolate montagne col loro nome sanscrito dimora delle nevi (hima  la 
neve, alaya la dimora) sono state il simbolo dellaspirazione umana al divino. 

Lass, in quei picchi impervi, coperti di ghiaccio, avvolti di nuvole, irraggiungibili ai comuni mortali, 
gli uomini hanno sentito la presenza di tutto quello che mancava alle loro vite. La lontananza di quelle 
montagne, la loro purezza hanno fatto sognare che lass si trovasse quel che non cera nelle pianure: la 
risposta ai naturali desideri dellesistenza. Soma, lerba dellimmortalit, cresceva nei dirupi 
dellHimalaya. Parvati, la perfetta consorte di Shiva, ma simbolicamente di tutti noi, nasceva lass figlia 
della montagna. Lass erano nascosti i tesori del creato, i segreti della potenza, della saggezza, della 
serenit che solo ad alcuni uomini, a costo di grandi fatiche e dopo un lungo cercare, era dato di capire 
e a loro volta di passare ad altri ugualmente impegnati nella ricerca. 

LHimalaya era la sede di tutti i miti, la fonte della vita e della conoscenza. L nascono tutti i grandi, 
sacri fiumi dellIndia. L vissero i rishi, che concepirono i Veda. Ai piedi dellHimalaya Vyasa scrisse la 
Gita e il Mahabharata, il compendio di tutto lantico, ma ancora oggi attualissimo, sapere filosofico, 
politico e psicologico non solo dellIndia, ma dellumanit. 

Nel salire verso quelle spoglie vette di ghiaccio, non con lidea tutta occidentale di conquistarle, ma 
di esserne conquistati, i sanyasin che per secoli hanno intrapreso quel viaggio sapevano che era un 
viaggio senza ritorno. Avevano chiuso col passato, bruciato tutti i loro ponti col mondo. Non avevano 
pi nulla a cui tornare, tranne che al S. 

Quel salire, forse anche il mio, era un allegorico rito di rinuncia al mondo della materia e di 
iniziazione a quello, se non altro vagheggiato, dello spirito. 

Camminando dietro ai portatori su per la foresta, avevo solo un timore: che qualcosa non fosse pi 
come lo avevo lasciato. Varcai il cancello, passai fra i due grandi alberi guardiani. No. Tutto era l, 
immobile e silenzioso. Vidi la sagoma del Vecchio, ma non sentii abbaiare il cane. 

 stato mangiato dal leopardo, disse venendomi incontro. Ne ho persi gi tanti cos. Questo 
almeno era sopravvissuto quattro anni.  un peccato, ma anche il leopardo deve mangiare. Non 
sembrava particolarmente turbato. 

Presi possesso del mio rifugio, andai a godermi il tramonto dal punto pi alto del crinale e al lume di 
una lampada a petrolio, invitato dal Vecchio, divisi con lui una zuppa di verdura nella sua bella stanza. 

Le montagne nella cornice della finestra si erano gi spente, ma quelle nel quadro di Brewster 
continuavano a emanare un loro tenue bagliore nella cornice grigia sul muro. Il Vecchio riprese il 
discorso del nostro primo incontro. Era un grande raccontatore, e cominci con una storia. 

Un discepolo va dal suo guru e gli dice che vuole la verit pi di ogni altra cosa. Il maestro non 
risponde. Lo prende per il collo, lo trascina al vicino torrente e gli tiene la testa sottacqua finch il poveretto sta per soffocare. Allultimo momento lo tira fuori. Allora, che cos che volevi pi di ogni altra cosa quanderi sottacqua? 

Laria, dice quello con un fil di voce. 

Bene. Quando vorrai la verit come un momento fa volevi laria sarai pronto a imparare. 

Ero pronto io? 

Mi sarebbe piaciuto rispondergli con una risata, ma preferii essere sincero. No. Non sapevo se ero 
pronto. E poi, la Verit mi pareva ancora una cosa un po troppo grossa perch io, da solo, mi mettessi 
a cercarla. 

Fu lui allora a fare una delle sue risate enfisematose. 

Certo, disse. Non siamo noi a trovare la Verit.  la Verit a trovare noi. Dobbiamo solo 
prepararci. 

Poi spieg. Si pu invitare un ospite che non si conosce? No. Ma si pu mettere la casa in ordine, 
cos che, quando lospite arriva, si  pronti a riceverlo e a conoscerlo. 

E lui, in che rapporti stava con la Verit? 

Disse di averla intravista alcune volte, per un attimo. Ma quellattimo era bastato a dargli una 
certezza che non gli veniva dalla fede, ma dallesperienza. Non lesperienza di altri, ma la sua. Era quella 
certezza a tenerlo legato alla ricerca. Quanto allordine in casa, gli restava ancora molto da fare. Cerano 
sempre dei vecchi mobili in soffitta che andavano buttati via, disse. LIo pretende di avere bisogno di 
tante cose, ma io so che  una trappola. Indic la piccola foto in bianco e nero sul mobile. Quello era 
stato il suo primo guru, Swami Sathyananda, luomo che gli aveva aperto la testa. Da un cassetto tir 
fuori unaltra foto, anche quella in bianco e nero, di un vecchio. Era luomo che gli aveva aperto il 
cuore, Krishna Prem, linglese diventato sanyasin di cui mi aveva gi parlato. Era morto di cancro 
nellashram che aveva fondato. 

Anche lui di cancro. Com possibile? In Occidente, dissi, si pensa che il cancro abbia a che fare con 
lo stress, ma in India molti dei santuomini dellultimo secolo, tutti vissuti in santa pace, lontani dalle 
tensioni della vita moderna, sono morti di cancro: il mistico Ramakrishna e Nisargadatta Maharaj, 
luomo che faceva i bidi bidi per strada a Bombay, di cancro alla gola; Ramana Maharishi di un 
dolorosissimo cancro a un braccio; e J. Krishnamurti, pur gi vecchio, di un cancro alla cistifellea 

Lo stress pu essere anche interiore, disse il Vecchio. Chi cerca la Verit ha spesso moltissimo da 
soffrire. Krishna Prem riusc a integrare la malattia nella propria vita, a vederla come parte del tutto e a 
raggiungere, proprio grazie alla malattia, un pi alto livello di consapevolezza. 

Vuol dire che aveva accettato la malattia? chiesi. 

Non si tratta di accettare o non accettare, ma di rendere la malattia parte di s. Lui cera riuscito e 
alla fine era diventato per tutti noi la prova di ci che non si pu provare. 

In ogni generazione, in ogni continente, disse il Vecchio, ci sono personaggi come Krishna Prem o 
Ramana Maharishi che con la loro vita dimostrano che  possibile andare al di l. Basta essere 
determinati, perseveranti e senza paura. 

Era chiaro che, discretamente, mi stava dando dei consigli. Avevo tanti libri nelle borse con cui ero 
arrivato? Attento, disse. Quella dei libri  tutta conoscenza di seconda mano, conoscenza presa in 
prestito. Non vale granch. E mi raccont unaltra storia. 

Un uomo entra in una grande biblioteca e, dopo tanto studiare e cercare, sceglie tre libri da portar 
via. Va al banco per registrarli e allimpiegato chiede: 

Quanti sono i libri in questa biblioteca? 

Varie decine di migliaia. 

E quanto tempo ci vorrebbe per leggerli tutti? 

Oh varie vite. 

Allora non voglio neppure questi, dice luomo. Ci deve pur essere unaltra via. E parte. 

Laltra via, secondo il Vecchio,  quella dellesperienza. Lesperienza fatta su se stessi. Il vero capire 
non avviene con la testa, ma col cuore. Si capisce davvero solo quello che si  provato, quello che si  


sentito dentro di s. Le vie per arrivare a quella esperienza possono essere varie. La sua era il trucco 
della candela: praticato regolarmente, senza mai stancarsi, senza perdersi danimo. Almeno dieci 
minuti al giorno, disse. 

Il suo primo guru laveva costretto a quei dieci minuti e, se ci pensava bene, forse quello era stato il 
pi grande aiuto che avesse mai ricevuto. Col passare degli anni quei dieci minuti erano diventati ore, 
ma non aveva dimenticato limportanza di quel primo passo. Che lo facessi anchio! 

Almeno dieci minuti, per cominciare. Costringiti. 

Era lincoraggiamento di qualcuno che pensa di aver fatto una scoperta e non la vuole tenere tutta 
per s. Io ero molto interessato a quella scoperta. Il Vecchio lo sentiva e continu: 

Innanzitutto devi calmare la tua mente. Solo allora potrai ascoltare la Voce che hai dentro di te. 
Non devi essere impaziente perch lintuizione che ti apre la coscienza arriva raramente. Magari  
soltanto una goccia, ma quella goccia, quando viene,  come loceano. Quella che allora ti parla  la 
Voce dellUomo Interiore, dellUomo Cosmico, del S. Chiamalo come vuoi. Chiamalo l'Amato, come 
fanno i sufi; chiamalo la pietra filosofale, come gli alchimisti; chiamalo Dio, Buddha, Purusha; chiamalo 
Lui, Lei. Ma sappi che c e che Quello  il vero te. Perch tu e Quello non siete due. Tu sei Quello, 
concluse e la sua risata profonda era piena di calore e simpatia. 

Tornai al mio rifugio senza accendere la pila con cui ero arrivato. La luna non era ancora sorta, ma 
lo scintillio del firmamento bastava a farmi vedere dove mettevo i piedi. Prima di entrare in casa mi 
fermai. Era freddo, ma la terra era asciutta. Mi distesi nellerba a guardare le stelle. Mi parve di vederle 
per la prima volta. E forse era davvero cos, perch le guardavo senza pensare ai loro nomi, senza 
cercare la Stella Polare o lOrsa Minore. Immaginai dessere un uomo delle caverne che non ha letto 
nulla, che non ha studiato, che non sa. E, libero da tutta quella conoscenza, mi persi nella 
meravigliosa, consolante immensit delluniverso. Non la guardavo pi. Ne ero parte. 

Fra i vari propositi che avevo fatto partendo cera quello di tenere un diario dei miei sogni. Sapevo 
che il solo modo di farlo  di prendere appunti appena ci si sveglia. Cos, misi dei foglietti e un lapis per 
terra, accanto alla bella cuccia che mi ero preparata. Da qualche parte avevo letto che, per sognare di 
pi e con ci essere testimoni del viaggio notturno dellanima, bisogna mangiare poco la sera, dormire 
sul duro, e soprattutto addormentarsi coscientemente e non lasciarsi andare al sonno. Anche il Swami 
diceva che la sola esperienza paragonabile alla morte  quella del passaggio dal normale stato di veglia al 
sonno e che ognuno pu farsene unidea prestando attenzione a quellattimo, restando fino allultimo 
cosciente. Ci provai, ma ero cos stanco e la stanza cos gelida che caddi sotto le pesanti coperte 
tibetane come un sasso. Un sasso felice. 

Feci due sogni e mi costrinsi a prenderne nota. Nel primo ero con degli amici sul tram a cremagliera 
che sale sul Peak di Hong Kong. Cercavo un ospedale di cui in tasca avevo lindirizzo. A una fermata 
per, facendo finta di essere arrivato, saltavo gi dal tram, lasciando gli altri proseguire. Dalla pensilina 
facevo loro cenni su come rincontrarci, ma dentro di me sapevo che ero riuscito a sbarazzarmi di loro e 
che non li avrei mai pi rivisti. 

Nel secondo sogno ero in una citt dellAsia Centrale. Anche l cercavo un ospedale di cui la 
dottoressa Portafortuna dellMSKCC mi aveva dato lindirizzo. Attraversavo una piazza in cui 
combattevano due grossi tori, uno nero e uno bianco. Interveniva un uomo, una sorta di mago con una 
bandana rossa sulla fronte. Con un machete separava le due bestie, tagliava la testa al toro bianco, gli 
strappava la lingua e ne offriva un morso a un bambino che, mi rendevo conto, era il vero capo e mago 
di quella cerimonia. Quel bambino aveva risolto il problema e poteva insegnare anche a me i segreti 
del suo potere. Io sapevo di non avere tempo, di dover andare allospedale, ma pensando che in seguito 
sarei andato a trovarlo, gli chiedevo nome e indirizzo. Il bambino lo scriveva, sorridendo, nel mio 
blocchetto degli appunti, e io sentivo davere in mano qualcosa di importante, di essermi avvicinato a 
un potere inspiegabile, ma misteriosamente efficace. 


Di solito  Angela ad aiutarmi a decifrare i miei sogni. Chiss quali risvolti mi avrebbe fatto notare in 
quei due. Ma lei non cera, era lontanissima, e in fondo era anche di questo che mi sembr di aver 
sognato. Mi alzai con addosso unimpressione positiva. Quei sogni erano di buon augurio. Ci vidi la 
conferma che volevo stare solo, che avevo lindirizzo di dove stavo andando e che quellavvicinarmi 
al potere della magia, cio a qualcosa fuori dal campo della ragione, era per me, in quel momento, la 
cosa giusta da fare. 

Albeggiava. Mi avvolsi in una coperta e salii sulla punta pi alta del crinale a salutare le montagne. 
Non cerano ancora. Un velo di caligine opaca velava lintero orizzonte. Lentamente da quella 
semioscurit affiorarono delle ombre impercettibili, quasi evanescenti; poi dei profili bianchi e freddi. E 
improvvisamente le vette si accesero di rosa, di arancione. Nelle valli la caligine si fece viola, poi dorata 
e i ghiacciai presero fuoco contro il cielo di lapislazzulo. Il mondo divenne unapoteosi di luce e di 
gioia. In bilico sulle punte pi alte dei cedri, gli uccelli cominciarono a cinguettare. E il mio cuore con 
loro. 

La semplice, distaccata bellezza delle montagne suscitava in me un sentimento simile solo a quello 
che nasce dallamore: un senso di completezza, di invincibile forza, quasi di immortalit. Mai prima mi 
ero sentito cos in presenza del divino. Il Cielo era a portata di mano e quelle montagne parevano la 
scala per arrivarci. 

Non avevo bisogno di pensare ai miti, non ai saggi nelle caverne di ghiaccio, non ai tesori nascosti 
nello Shangri-La. Non avevo bisogno di sperare in nessun miracolo. Tutto era l, nella vita attorno. 
Niente pi mi pesava, mi preoccupava; niente pi mi mancava, mi faceva paura. Anche la mia morte mi 
sembr parte di quella infinita perfezione. 

I giorni cominciarono a scorrere, luno come laltro in assoluta pace: senza programmi, senza 
aspettative, senza scadenze, tranne quelle consolanti del sorgere e tramontare del sole. 

Avvertivo la discretissima presenza del Vecchio nella sua casa, ma anche lui voleva stare solo con se 
stesso e a nessuno dei due veniva la tentazione di farci compagnia. In seguito scoprii che lui passava 
comunque parte del suo tempo a ricevere degli strani visitatori. 

A me interessava innanzitutto digiunare. Volevo vuotarmi di tutto quello con cui nel mondo gi a 
valle ci si ingozza e ci si distrae: le notizie, i desideri, le speranze, le chiacchiere. Lass, senza elettricit, 
senza telefono, senza giornali, senza niente e nessuno di cui tener di conto era facile fare un po di 
vuoto. Appena ci si stacca dalla routine, ci si accorge di quanta poca libert, anche interiore, si ha nella 
vita di tutti i giorni e di come quel che solitamente facciamo e pensiamo  spesso frutto di semplici 
automatismi. Diamo per scontati i ragionamenti della ragione, le nozioni della scienza, le esigenze del 
nostro corpo e quelle della logica e con ci ci impediamo di vedere il mondo e noi stessi in modo 
diverso dal solito. 

Anchio, quante idee e convinzioni, quanto sapere avevo accumulato nella mia vita! E non sarebbe 
stato bello tornare a essere un foglio bianco su cui scrivere qualcosa di completamente nuovo?  un 
problema questo che il buddhismo zen ha affrontato fino dai suoi esordi in Cina, e uno di quei 
semplici, ma azzeccati aneddoti usati da secoli per indicare la via ai nuovi adepti fa proprio questo 
punto. 

Un colto professore va a trovare un monaco. 

Dimmi, che cos lo zen? gli chiede. 

Il monaco non risponde. Lo invita invece a sedersi, gli mette dinanzi una tazza e comincia a versarci 
del t. La tazza si riempie, ma imperterrito il monaco continua a versare. Il professore  interdetto, per 
un po non dice nulla, poi, vedendo che il monaco continua, lo avverte: 

 piena,  piena! 

Gi, risponde il monaco. Anche tu sei pieno di opinioni e pregiudizi. Come posso io dirti cos lo 
zen se prima non vuoti la tua testa? 


Il monaco della storia non spiega come vuotarla. Ma io trovai che la notte era di grande aiuto. Tutti 
gli oggetti che nella luce del giorno stimolano i nostri sensi di notte recedono, scompaiono nelloscurit 
e il soggetto resta lunico protagonista. La notte  il suo momento: di notte il soggetto  il solo 
osservatore e il solo osservato. 

Forse perch dormivo nelle condizioni ideali per sognare o forse perch, avendo deciso di registrare 
i miei sogni, una parte di me restava allerta, non ho mai sognato tanto come lass. Ogni notte era uno 
spettacolo. Per lo pi non piacevole. Mentre nel corso delle giornate mi sentivo disteso e sereno, 
appena mi addormentavo venivo preso da angosce, conflitti, ossessioni. Il me-sveglio, che aveva 
limpressione daver preso distanza dalle ansie del mondo, veniva provocatoriamente contraddetto dal 
me-addormentato dalle cui recondite fogne uscivano, come ratti appestati, le pi sfrenate passioni. 

Avessi ancora dubitato che quella dei sensi non  lunica realt, di notte mi ritrovavo dinanzi a 
unaltra con cui dovevo fare i conti. Come le lumache prima di essere mangiate sono costrette a nutrirsi 
solo dinsalata e a restare nellaceto, anchio mi spurgavo, mi ripulivo. E molto pi sostanzialmente che 
a Ko Samui. Il lavaggio non era pi quello del colon, ma dellintestino profondo della memoria 
dimenticata dove finiscono gli strascichi emotivi di una vita. Nel colino della mia concentrazione 
trovavo tossine e veleni molto pi veri e pesanti dei resti delle pasticche di plastica propinateci da Sam. 
E avevo tutto il tempo e lagio per rifletterci su. 

Il Vecchio si dedicava al trucco della candela nel mezzo della notte e io cercai di fare lo stesso. 
Faceva molto freddo, ma mi costringevo ad alzarmi. Accendevo il mio lucignolo e, avvolto in una 
grossa coperta, con in testa un berretto di lana tirato fin sugli orecchi, mi sedevo per terra, con la 
schiena dritta, davanti a quella piccola fiamma arancione dallanima azzurra. Chiudevo gli occhi e 
osservavo con indifferenza, senza intervenire a cambiarli, a dirigerli, a cacciarli, i pensieri, i ricordi, le 
immagini, i resti dei sogni, a volte solo una o due parole che affioravano nella mente come bolle daria 
dal fondo di uno stagno. Li osservavo senza identificarmi con loro, come non avessero niente a che 
fare con me: io non ero quei pensieri. 

Restavo cos per molto pi di dieci minuti e in quel modo mi pareva di fare ordine. 

Cera qualcosaltro lass che col passare del tempo divenne per me sempre pi importante: il 
silenzio.  unesperienza a cui non siamo pi abituati. Lass faceva da sottofondo a tutte le esperienze. 

Cerano vari silenzi e ognuno aveva le sue qualit. Di giorno il silenzio era la somma del cinguettare 
degli uccelli, del gridare degli animali, del soffiare del vento su cui non compariva mai un suono che 
non venisse dalla natura: non il rumore di un motore, n quello prodotto da un uomo. Di notte il 
silenzio era un unico, sordo rimbombo che usciva dalle viscere della terra, attraversava i muri, entrava 
dappertutto. Il silenzio lass era un suono. Un simbolo dell'armonia dei contrari a cui aspiravo? I miei 
orecchi, mi accorgevo, non sentivano assolutamente nulla, ma quel rimbombo era fuori e dentro la mia 
testa. La voce di Dio? La musica delle sfere? Stando in ascolto, anchio cercavo di definirlo e 
immaginavo solo un enorme pesce che cantava sul fondo del mare. 

Meraviglioso, il silenzio! Eppure noi moderni, forse perch lo identifichiamo con la morte, lo 
evitiamo, ne abbiamo quasi paura. Abbiamo perso labitudine a stare zitti, a stare soli. Se abbiamo un 
problema, se ci sentiamo prendere dallo sgomento, preferiamo correre a frastornarci con un qualche 
rumore, a mischiarci a una folla anzich metterci da una parte, in silenzio, a riflettere. Uno sbaglio, 
perch il silenzio  lesperienza originaria delluomo. Senza silenzio non c parola. Non c musica. 
Senza silenzio non si sente. Solo nel silenzio  possibile tornare in sintonia con noi stessi, ritrovare il 
legame fra il nostro corpo e tutto-quel- che-ci-sta-dietro. 

Da tempo predicavo, a chi mi voleva ascoltare, la santit del silenzio, finch tra le vecchie storie 
indiane ne avevo trovata una che in poche parole spiega tutto. 

Un re va da un famoso rishi nella foresta. 

Dimmi, qual  la natura del S? chiede. 


Il vecchio lo guarda e non risponde. 

Il re ripete la domanda. Il rishi non risponde. Il re chiede di nuovo la stessa cosa, ma il rishi resta 
muto. 

Il re sarrabbia e urla: Io chiedo e tu non rispondi! 

Tre volte ti ho risposto, ma tu non stai a sentire, dice, calmo, il rishi. La natura del S  il 
silenzio. 

Ramana Maharishi, il mistico indiano morto nel 1950 nel suo ashram ai piedi dellArunachal, la 
montagna che lui si era scelta come guru, era solito dire: Ci sono vari modi di comunicare con 
qualcuno: toccandolo, parlandogli, ma soprattutto col silenzio. 

Il silenzio di Ramana era potente e tantissimi visitatori erano sopraffatti dalla sua semplice 
presenza. Somerset Maugham, lo scrittore inglese, entr nella stanza dove Ramana sedeva e svenne.43 
Lo psicologo Carl Jung, pur avendo gi preso accordi per incontrare il grande mistico durante il suo 
soggiorno indiano, allultimo momento rifiut di andarci. Forse temette che il semplice silenzio di 
Ramana facesse crollare la sua teorica visione della psiche. 

Col passare dei giorni avevo limpressione che al silenzio fuori dal mio rifugio nelle montagne 
corrispondesse sempre di pi un silenzio dentro di me e questo, unito alla solitudine, mi dava momenti 
di vera esaltazione. Senza distrazioni, senza stimoli esterni, la mente era libera di seguire i suoi fili, di 
uscire dai suoi limiti e alla fine di calmarsi. Una mente silenziosa non vuol dire una mente senza 
pensieri. Vuol dire che i pensieri avvengono in quella quiete e possono essere meglio osservati. Possono 
essere pensati meglio. 

Mai come oggi il mondo avrebbe bisogno di maestri di silenzio e mai come oggi ce ne sono cos 
pochi. Bisognerebbe averli nelle scuole: ore dieci, lezione di silenzio. Una lezione difficile perch, 
sintonizzati come siamo sulla costante cacofonia della vita nelle citt, non riusciamo pi a sentire il 
silenzio. Eppure, varrebbe la pena provare. Se da ragazzo mi avessero insegnato la filosofia 
cominciando col farmi star zitto a chiedermi chi ero, avrei forse finito per capire qualcosa: se non altro 
che tutte quelle teorie avevano un rapporto con la mia vita ed erano meno noiose di come me le 
facevano apparire. 

Laltra grande esperienza del mio stare lass era la natura. Capivo perch certi popoli non abbiano 
avuto bisogno di scritture sacre, di messaggi portati da qualcuno venuto da un qualche aldil. Quello 
davanti ai loro occhi, aperto a tutti, era il libro da leggere. Tutti i messaggi erano l. C qualcosa di 
intimamente sacro nella natura in cui luomo non ha ancora messo le mani per sfruttarla e piegarla ai 
suoi fini. 

La natura, nella sua primitiva purezza,  in equilibrio, ha quella completezza a cui noi umani 
aspiriamo. Semplicemente osservandola, avevo limpressione di ritrovare una patria; sentivo 
unassonanza che avevo dimenticato. Rimettere la mia vita al suo ritmo mi pareva in s una medicina. 
Nelle citt non ci facciamo pi caso. Il giorno finisce e automaticamente si accendono le luci. Si 
continua a leggere, a camminare, a lavorare lo stesso. Si potrebbe -e molti, costretti dai loro mestieri, lo 
fanno -capovolgere tutto: star svegli di notte e dormire di giorno. Ma con questo capovolgiamo noi 
stessi. Pi ci inciviliamo, pi ci allontaniamo dalla natura, compresa la nostra natura che  quella di 
essere parte del tutto. 

Seduto su unalta roccia del crinale, a volte per ore, senza pi langoscia dello scorrere del tempo, 
imbacuccato contro il freddo, dinanzi allorizzonte traversato da catene e catene di montagne bianche e 
azzurre, avevo momenti di estasi. Lo stesso vento che carezzava me piegava i fili derba ai miei piedi, 
spingeva le nuvole nel cielo, e la vita che sentivo tutta attorno nelle piante, nei fiori, negli animali era la 
stessa che scorreva nelle mie vene. La natura aiuta a espandere la coscienza e la mia sembrava 

43 Di quellavvenimento Somerset Maugham scrisse nel suo libro di saggi Points of View. Da quella esperienza nacque uno dei suoi famosi 
romanzi, Il filo del rasoio. 


improvvisamente capace di percepire la totalit. Nella natura non c niente di piccolo, di meschino; 
niente che ci angustia, che ci immiserisce. Al contrario, nella natura ci si sente portati alla grandezza e, 
come volessimo far entrare dentro di noi quella che  fuori, allarghiamo istintivamente i polmoni e 
respiriamo profondamente. 

Ero solo, ma dovunque posassi lo sguardo cerano decine, centinaia, infinite altre esistenze. 
Dovunque cera vita, in varie forme, in vari stadi: vita in continua creazione. Il Ragno Cosmico in quel 
momento stava tessendo la tela delluniverso, ogni parte tenuta assieme dallo stesso filo, come le perle 
della collana di Indra, ognuna capace di riflettere tutte le altre. 

E il Ragno non aveva bisogno dun settimo giorno per riposarsi. Lui continuava a tessere. O era 
Vishnu che, in un altro bel mito, stava dormendo e lintero universo altro non era che il suo sogno? 
Attenti a non svegliarlo, perch tutto svanirebbe nel nulla! 

Stupende queste visioni della Creazione! Una creazione che avviene ora, che avviene continuamente. 
Non una creazione persa nel tempo, fatta in sei giorni. Non luomo creato prima della donna! E non 
luomo fatto a immagine e somiglianza del creatore! Perch  vero esattamente il contrario:  luomo 
che ha concepito il creatore a sua immagine e somiglianza. Che altro , se non una proiezione dellio e 
delle sue passioni, quel dio delle religioni, geloso degli altri dei, selettivo in chi ama e vendicativo al 
punto da condannare per leternit chi, nel breve spazio duna vita, pu averlo offeso? Di tutto il creato 
solo luomo  fatto cos. E solo umane sono quelle passioni che le religioni attribuiscono al creatore. 
Nel resto della natura non esistono. Il leone non  arrabbiato quando azzanna una gazzella. Ha 
semplicemente fame. 

Che piacere osservare i propri pensieri! Per giunta circondato da una bellezza di cui potevo godere 
liberamente, senza dover cercare di farla mia. Questo  un altro aspetto rasserenante della natura: la sua 
immensa bellezza  l per tutti. Nessuno pu pensare di portarsi a casa unalba o un tramonto. 

Il Divino Artista era inesauribile con le sue sorprese: una nuvola nera che parava il sole e creava una 
colata doro sui ghiacciai; unimprovvisa parete di pioggia dietro la quale le montagne luccicavano come 
fossero di metallo; o il sempre diverso emergere del mondo dal buio cosmico della notte. 

Solo a guardare il palmo di terra verso il quale mi chinavo per raccogliere qualcosa da mettere ai 
piedi di Milarepa sul mio tavolino cera da perdersi di meraviglia. I colori, le forme, le venature delle 
foglie sembravano non avere fine, cos come la variet dei fili derba e dei fiori, a volte minuscoli. Il 
piccolo e il grande; un arbusto e lintera catena dellHimalaya erano espressione della stessa bellezza, 
parte dello stesso inesauribile spettacolo. 

Una mattina mentre facevo i miei esercizi con le spalle al sole mi vidi riflesso in un banco di nebbia 
che saliva dal baratro sotto il costone. La nebbia si muoveva a gran folate e improvvisamente tutto 
attorno allombra della mia testa si form unaureola con tutti i colori dellarcobaleno. Ma non ebbi il 
tempo di prendermi per santo. Dalla cima di un albero vicino gracchiarono i corvi. E la loro era 
ovviamente una risata. 

I due commensali del Vecchio si erano imposti di forza nella mia vita solitaria e presto mi resi conto 
che erano dei terribili curiosi. Quandero nella mia stanza si sporgevano dal tetto per sbirciare attraverso 
i vetri della finestra. Non potevo uscire a dipingere senza che i due si piazzassero sopra di me e si 
mettessero a commentare, mi pareva, il mio acquerello. Un pomeriggio li sentii urlare come forsennati. 
Mi affacciai alla finestra. Loro erano su un albero, ma una grossa scimmia, seduta sulla stecconata, 
sbarbava uno a uno tutti i miei fiori. Mi avevano avvisato! 

Se, dopo una lunga camminata, arrivavo in cima a una montagna vicina, me li ritrovavo a svolazzare 
e a chiamarmi dallalto. Loro cerano arrivati con pochi battiti di ali, spinti dal vento. Mi guardavo coi 
loro occhi; ero cos pesante, cos attaccato alla terra! Loro, invece, leggerissimi. Quando si alzavano in 
volo e si lasciavano cadere nel vuoto del baratro sotto il mio costone, non potevo che invidiarli. 

Quel baratro nascondeva tutta una vita che mi sfuggiva. Da laggi arrivava il roco abbaiare dei kakar, 


i caprioli himalayani; laggi al minimo rumore dei miei passi saltavano via le capre selvatiche. Anche 
loro! Riuscivo appena a vederne lombra. Avevano ragione gli antichi cinesi a dipingere i cavalli di 
Fergana con le ali. Come altro rappresentare quellimprovviso, leggero alzarsi da terra? 

Da quel baratro, un pomeriggio che la nebbia della valle si era alzata fitta fitta e io camminavo lungo 
il crinale come su una passerella sospesa nel vuoto, sentii venire, finissimo, il suono di un flauto. Mi 
fermai. Quel suono mi parlava. E io che non sono mai stato particolarmente commosso dalla musica 
mi sentii sul punto di piangere. Quel flauto, forse di un pastore lontano, faceva vibrare una mia corda. 
Rimasi in ascolto. Poi, come tutto, forse solo perch il vento aveva cambiato direzione, anche quel 
suono cess. Mi manc moltissimo. 

Allora usai la mente per risentirlo. 

A volte quel flauto suona ancora dentro di me. Lo sapeva Basho, il samurai diventato eremita e 
poeta di haiku, che scrisse: 

Il gong del tempio 
S taciuto 
Ma il suono continua 
A venire dai fiori. 


Senza che ci fossimo messi daccordo, il Vecchio e io lasciavamo che i nostri incontri fossero 
determinati dal caso. Ci incrociavamo sul sentiero durante le nostre passeggiate nella foresta o ci 
facevamo visita con qualcosa da chiedere o da scambiare. Senza regolarit, senza alcun senso del 
dovere, non cadendo nella routine. 

Quel vedersi, parlare o sedersi nel mio soppalco a bere il t cinese che io gli versavo dalla bella teiera 
di Yixing diventava allora un avvenimento di cui lui dava tutto il credito alle forze delluniverso: quelle 
visibili e invisibili, tangibili e intangibili, maschili e femminili, negative e positive che si erano unite per 
rendere possibile il miracolo di quel momento. Scherzava, ma non tanto. 

Per lui tutto era legato. Era convinto che tutto quel che ci succede ha un suo senso, anche se il pi 
delle volte noi siamo incapaci di vederlo. Secondo lui anche il mio malanno ne aveva uno. Limportante 
era che me ne rendessi conto e questo voleva dire intraprendere un ultimo viaggio: il viaggio di ritorno, 
come lo chiamava, il viaggio di ogni uomo che si svegli dal sonno della vita dei sensi. 

Capisci?  il momento di tornare a casa, di risalire alle tue origini. E quelle, sappi, sono divine 
perch sulla scala del tempo noi discendiamo dalla scimmia, ma sulla scala dellessere noi veniamo da 
Dio. Tornare indietro significa reclamare la nostra discendenza divina. 

Come? 

Scavando dentro di te, eliminando via via tutto il belletto della tua personalit, della tua conoscenza 
per arrivare allessenza del tuo essere. Ci vuole coraggio, diceva, perch si tratta di buttare via una 
cosa dopo laltra finch non hai pi nulla a cui tenerti e scopri che c qualcosa che tiene te. Solo allora 
capisci che quella cosa  tutto ci che cercavi. 

Unaltra volta, indicandomi uno dei grandi cedri attorno a casa sua, disse: 

Vedi? In tutte le culture lalbero della vita  rappresentato come quel cedro: le radici nella terra e le 
fronde per aria. Cos  la vita: nasce dalloscurit e cerca la luce. Ma c un altro albero, descritto dai 
rishi nelle Upanishad. Ha le radici in cielo e le fronde che vanno verso la terra. Quello  lalbero della 
vita spirituale che parte dalla materia, per risalire al cielo, appunto alle sue radici divine. 

Il Vecchio parlava sempre molto lentamente, facendo lunghe pause come per dare tempo a quel che 
diceva di entrarmi non solo nelle orecchie. 

 quella vita, la vita spirituale, che conta. E il primo passo  il pi difficile. Si tratta di staccarsi dalla 
terra, dalle certezze che abbiamo. Si tratta di evitare la trappola dellintelletto. Allintelletto dobbiamo 
molto. Ci aiuta ad analizzare, selezionare, giudicare e a estendere il campo del conosciuto. Ma alla fine? 


Luomo pu fare grandi scoperte, avanzare enormemente nella conoscenza, ma qualunque sia il suo 
progresso, allorizzonte del conosciuto trover sempre lo sconosciuto. E lo sconosciuto sar sempre pi 
vasto di tutto ci che potr mai conoscere. Allora? Tanto vale affrontarlo, questo sconosciuto. 
Ammettiamolo: esiste un mistero e la nostra mente non  capace di risolverlo. 

Una sera era gi buio pesto quando lo sentii arrivare alla mia porta. Era venuto a chiedermi qualcosa 
ma, entrando, vide per terra una ciotola con una mezza mela e si distrasse. 

Ah s,  per il topo, dissi io, avendo finalmente loccasione di esporgli un problema per il quale 
da giorni cercavo una soluzione. 

Ogni notte compariva in casa un topo che andava a giro e rosicchiava qua e l quel che poteva 
sciupandomi tutte le mie preziose provviste di frutta, patate e pomodori. Non volevo ammazzarlo e 
stavo cercando di convincerlo a mangiare quel che gli offrivo nella ciotola senza andare a toccare il 
resto. 

Il Vecchio rise da matto ai miei buoni propositi e raccont cosa era successo a Lama Govinda 
quando era suo vicino sul Crinale degli Strambi. Anche a lui un topo entrava continuamente in casa e la 
gente del posto gli diceva: 

Lama-ji, lo devi ammazzare, non c altro da fare. 

Ma a Lama, che era buddhista, ripugnava lidea di uccidere un essere vivente. Cos fece comprare 
una di quelle gabbiette con la porta a molla che intrappolano il topo, ma lo lasciano vivo. Funzion 
benissimo. In pochi giorni Lama acchiapp vari topi. Ognuno venne portato nel bosco e rimesso in 
libert. 

Ma non capisci?  sempre lo stesso topo, gli diceva la gente. Lo devi ammazzare. Dovunque tu lo 
porti, quello torna. 

Lama non poteva crederci. Per, quando un altro topo fin in gabbia, Lama con un pennello della 
moglie pittrice gli dipinse la coda di verde. Poi, uscendo per una passeggiata, and molto pi lontano 
del solito a liberarlo. Quando torn a casa con in mano la gabbia vuota, un topo era gi sulla soglia ad 
aspettarlo. Aveva la coda verde e mi sorrideva, diceva Lama Govinda quando raccontava quella 
storia. 

Secondo il Vecchio la mia soluzione non violenta poteva funzionare. In fondo  tutto una 
questione di psiche, disse. 

Di psiche? 

S. La psiche non  dentro di noi, siamo noi dentro alla psiche. La psiche  dappertutto, la psiche  
tutto quel che ci circonda. Non  n occidentale n orientale.  universale. La psiche  una: per animali, 
piante, sassi e uomini.  tutta la stessa psiche. Guarda un rampicante, un piccolo rampicante: trova un 
posto a cui attaccarsi e poi sale su verso la luce. Guarda le api, tenute tutte assieme da una regina, o le 
cicogne che ogni anno passano da qui nel loro volo dal lago Manasarovar in Tibet verso il Rajasthan. 
Che cosa rende possibile tutto questo? La psiche! La coscienza che sta sotto tutte le coscienze, la 
coscienza cosmica che tiene assieme lintero universo e senza la quale non esisterebbe nulla. Il fine dello 
yoga  esattamente quello di mettersi in contatto con la coscienza cosmica. Una volta che ci riesci non 
c pi tempo, non c pi morte. 

Ma il topo? 

Anche lui  in quella coscienza di cui la mia, la tua, la sua coscienza non sono che un riflesso. E 
rise. Poi come per sfidarmi aggiunse: 

E queste non sono idee indiane! In Occidente, i vostri rishi hanno detto le stesse cose dei nostri, le 
stesse cose del Vedanta. Solo che voi i vostri rishi li avete dimenticati, li avete messi nei musei, nei libri 
dei professori. Per noi invece i rishi sono sempre presenti, sono compagni, maestri di vita. Questa  la 
differenza. 

Rishi occidentali? 


La lista dei nostri veggenti per lui era lunga: da Eraclito a Pitagora a Boezio, da Giordano Bruno a 
Bergson. Platone era di gran lunga il suo preferito. 

Prendilo come guru e vedrai che lui ti accetta come discepolo e ti parla. Era quello che il Vecchio 
faceva. Confess che da un po di tempo la notte riceveva Platone nella sua bella stanza dinanzi alle 
montagne e passava ore, in silenzio, a discutere con lui. Secondo il Vecchio, Platone era uno che era 
andato molto pi al di l di tanti altri; la sua Repubblica restava per lui una delle pi belle e ispiranti 
visioni della repubblica interiore, la repubblica del S. Il fatto che Platone lavesse descritta cos bene, 
diceva, doveva essere di grande incoraggiamento perch anche altri la cercassero. 

Per il Vecchio cera un filo comune che legava, attraverso i millenni e i vari continenti, personaggi 
cos diversi come Platone e Gurdjieff, Plotino e Sri Aurobindo, i maestri sufi, Meister Eckhart, Ramana 
Maharishi e Krishna Prem. Sono tutti sulla stessa via, alcuni sono pi avanti, altri pi indietro, alcuni si 
sono persi, alcuni sono arrivati, ma tutti sono alla ricerca delle nostre radici. Questo  il senso della 
domanda: Io, chi sono? Quelli che non se la pongono non possono capire e magari pensano che 
siamo matti, ma noi dobbiamo continuare. Stiamo tornando a casa Avanti, vieni anche tu, disse. 

Forse gli sembr dessere stato troppo personale con quellinvito e torn sul tema del topo. Voleva 
raccontarmi unaltra di quelle storie che la mente non capisce ma di cui lui, disse, era stato testimone. 
Io misi dellaltra acqua a bollire per il t; lui si arrotol una nuova sigaretta e 

Nellashram di Mirtola, Krishna Prem aveva con s una decina di discepoli. Cera anche un grosso 
cane tibetano che la notte non veniva mai lasciato fuori perch un leopardo aveva preso labitudine di 
fare il giro dellashram e fermarsi a guardare nella grande finestra. Il leopardo ruggiva, il cane abbaiava e 
tutti dovevano alzarsi dal letto e mettersi a urlare per mandare via il leopardo. Ogni notte la stessa 
musica, e nessuno riusciva pi a dormire. 

Prover a farci qualcosa, disse Krishna Prem. And nel tempio e ci rimase per una decina di 
minuti. Quella sera il leopardo non si fece vedere. La sera dopo neppure, n quella di poi. Il leopardo 
era svanito. 

Ma cosa hai fatto? chiese uno dei discepoli al vecchio professore inglese che era diventato sanyasin 
e aveva fondato quellashram dedicandolo a Krishna a cui tutti l si riferivano chiamandolo 
semplicemente Lui. 

Io non ho fatto niente, rispose Krishna Prem. Ho solo parlato con Lui e gli ho detto: Il tuo 
leopardo disturba il tuo cane. 

Tutto l, concluse il Vecchio. La psiche  dovunque, e noi, il leopardo, il cane e il tuo topo siamo 
tutti dentro alla psiche. Negarlo significa voler essere ciechi, voler restare al buio. 

Ciechi, buio. Quelle parole gli ricordarono perch era venuto cos tardi da me. Voleva dei 
fiammiferi. Non gliene era rimasto neppure uno per il trucco della candela, come chiamava il suo 
regolare appuntamento notturno col S. 

Gli detti una scatola e lui ripart nella notte, verso casa sua, appoggiandosi al bastone. 

Ogni due o tre settimane scendevo ad Almora a fare provviste. Il bazar, lungo una strada stretta, in 
salita, lastricata di pietre  ancora uno di quelli allantica. Alcune case sono ancora di legno con le 
finestre intarsiate; le botteghe, a volte minuscole, una in fila allaltra, sono ognuna un piccolo 
palcoscenico col suo attore solista, mercante e filosofo. Il vendere e il comprare paiono attivit 
marginali. Ovunque regna una grande pace. Persino i cani non sono proprio cani: non abbaiano, non si 
attaccano e si dividono il selciato con le solite vacche e capannelli di uomini accucciati a scaldarsi 
attorno a piccoli fal. 

I bazar sono lo specchio di una comunit e quello di Almora aveva tutta laria di possedere una sua 
speciale carica di saggezza e serenit accumulata in secoli di esistenza allombra dellHimalaya. Molti 
degli uomini seduti nel riquadro delle loro botteghe parevano aspettare solo unoccasione per parlare 
dei destini del mondo e dellanima. 


Uno dal quale mi fermavo a fare due chiacchiere era Said Ali, un musulmano magro e spettinato, 
con un calorosissimo sorriso. Riparava orologi in un piccolo buco nel muro a cui aveva dato il nome 
Un milione di Tic-Tac. 

La vita era stata dura con Said Ali, ma lui non gliene voleva. I suoi due figli erano improvvisamente 
diventati schizofrenici, e n maghi n medici erano riusciti a farci nulla, tranne rendere Said Ali ancora 
un po pi povero di prima. La moglie si disperava per quella disgrazia e passava ore della giornata a 
pregare Allah perch li facesse guarire. Anche Said Ali era un devoto musulmano e non mancava 
nessuna delle cinque preghiere giornaliere, ma sulla questione dei figli non era daccordo con lei. 

Non si pu chiedere ad Allah di intervenire nelle faccende umane. Quando io ho da riparare un 
orologio posso pregare quanto voglio. Lui non pu fare il mio lavoro per me. Ha gi fatto tanto: mi ha 
dato gli occhi, gli orecchi, le mani, la mente. Le riparazioni almeno le debbo fare io, diceva. 

Un giorno gli chiesi come faceva a non farsi mai prendere dallo sconforto. 

Ogni mattina, dopo le preghiere, mi siedo per terra con la schiena dritta. Seguo il mio respiro, 
ascolto il sangue che mi circola nelle vene, vuoto la mia testa di tutti i pensieri e mi concentro su di Lui: 
Lui che  senza tempo e senza spazio. Lui che non lascia traccia, che non  umano, ma  sempre 
presente. Per un po sto con Lui. Poi vengo al lavoro, mi disse. 

A parte la sua devozione per Lui, Said Ali aveva un altro segreto che lo teneva in vita: la musica. 
Componeva ghazal e, cantandoli, dimenticava i suoi guai. Una volta allanno andava persino in scena. 
Ogni febbraio arrivava ad Almora un italiano di genio, mistico e pratico, musicista e poeta che sotto il 
nome di Krishna Das, il Servitore di Krishna, risiedeva per un po nel vecchio e cadente Savoy Hotel e 
guidava un gruppo di suoi adepti in cerca di pace. Ogni sera allora Said Ali aggiungeva la sua bella voce 
a quella con cui Krishna Das faceva cantare il suo sitar e la poesia dei vecchi inni sufi lo ricaricava di 
gioia e voglia di vivere, fino al febbraio successivo. Passavo dal suo negozio ed era sempre sorridente. 

Il bazar era una riserva di sorprese. Un giorno, avvicinandomi al negozio di Balbir, notai che il 
droghiere mi faceva tutti i suoi grandi gesti di Namaskar, ma non diceva una delle tante parole con cui 
di solito mi accoglieva. Sorrise e mi porse un cartello su cui era scritto: Sei settimane di silenzio. Balbir 
aveva fatto col suo dio il voto di non pronunciare una sola parola per un mese e mezzo! Continuava 
per a lavorare e comandava i suoi due commessi con grandi grugniti e gesti delle mani. 

Lo far per scontare qualche grossa bugia o qualche imbroglio, comment il Vecchio, quando lo 
andai a trovare per dargli notizie del mondo. 

Mi invit a dividere la sua cena e cos gli raccontai degli orfani che erano comparsi sul Crinale. 
Erano per lo pi stranieri di mezza et che avevano passato anni come discepoli di Osho a Puna e poi 
di Babaji a Lucknow e che da quando questi loro guru avevano lasciato il corpo erano rimasti al 
perso. Due di loro mi avevano portato nel loro cubicolo bianco sul Crinale per farmi ascoltare una 
cassetta in cui Osho parlava della morte come di un enorme orgasmo con dio. A sentire per 
lennesima volta quella voce, i due erano caduti in deliquio e io ero rimasto colpito dalla dipendenza 
psicologica di questa gente dai loro guru. Valeva la pena vivere per anni in un ashram, seguire un 
maestro se non era per liberarsi, ma per diventarne schiavi? 

Il Vecchio, divertito, mi rispose nel modo che gli piaceva di pi. Con una storia. 

Un uomo si sveglia una mattina in catene e non sa come togliersele. Per anni cerca qualcuno che lo 
liberi. Poi un giorno passa davanti alla bottega di un fabbro, vede che quello forgia il ferro e gli chiede 
di aiutarlo. Il fabbro con due colpi rompe le catene. Luomo gli  gratissimo. Si mette a lavorare per lui, 
diventa il suo servo, il suo schiavo e per il resto della sua vita rimane incatenato al fabbro. 

Il guru  importante, continu il Vecchio. Esprime a parole quel che tu senti come vero dentro di te. Ma una volta che hai fatto lesperienza diretta di quella Verit non hai pi bisogno di lui. Il guru ti indica la luna, ma guai a confondere il suo dito con la luna. Il guru ti fa vedere la strada, ma quella la devi percorrere tu. Da solo. Poi, come fosse arrivato il momento di dirmi una cosa che poteva davvero aiutarmi, aggiunse: Il vero guru  quello che sta dentro di te, qui, e mi punt uno dei suoi diti ossuti contro il petto. Tutto  qui. Non cercare fuori da te. Tutto quello che potrai trovare fuori  per sua natura mutevole, impermanente. Ti puoi illudere di trovare stabilit nella ricchezza, poi quella finisce. Puoi pensare di trovarla nellamore di una persona, che poi se ne va. O nel potere, che facilmente cambia mano. Puoi affidare la tua vita a un guru e quello muore. No, niente di ci che  fuori ti appagher mai. La sola stabilit che pu aiutarti davvero  quella interiore. E i guru che si rendono indispensabili servono il proprio Io e non la ricerca dei loro discepoli. 

Il Vecchio volle dare peso a quel che aveva detto e mi ricord le ultime parole di Buddha. Quando 
era per morire, circondato dal gruppo ristretto dei seguaci in lacrime, Ananda, suo cugino e discepolo, gli chiese: E ora, chi ci guider? Siate la luce di voi stessi. Rifugiatevi nel S, rispose Buddha. Il S di cui parlava Buddha era, secondo il Vecchio, lo stesso S del Vedanta. E senza la conoscenza di quel S, concluse, non c conoscenza. Solo informazione. 
...
.
...
E IL BICCHIER DACQUA?
...
.
...
Col topo ceravamo intesi. Lui mangiava quel che ogni sera gli mettevo nella ciotola e non toccava il resto. Credo per che raccont di quel mio paese di Bengodi ad alcuni suoi amici o parenti topi perch uno di loro si install nel soffitto della mia stanza e ogni mattina, prima dellalba, faceva il diavolo a quattro .. per ricordarmi che era lora di alzarmi per il trucco della candela. O almeno a me piaceva pensare che fosse cos. 

Anche il tavolino di pietra che avevo organizzato davanti a casa per i due corvi era diventato col 
passare del tempo una mensa popolare a cui si serviva tanta, diversa gente e io non avevo che da 
restare fermo alla mia finestra a osservare il viavai: ogni animale con la sua personalit, i suoi colori, i suoi modi di fare, le sue abitudini. 

Una mattina stavo sul prato al sole a ricaricarmi di caldo quando comparve un uccellino minuscolo, 
grigio, con striature bianche e rosse e una crestina di penne nere. Rimasi immobile. Lui si guard 
attorno, vol sul mio piede e si mise a beccare senza alcun ritegno i miei grossi calzini di lana. Quando ebbe la bocca piena di fili per il suo nido part e torn subito dopo a fare un altro carico. 

Ovviamente mi fece pensare al maestro zen che, con tutti i discepoli allineati davanti a s, sta per incominciare il sermone del tramonto quando un uccellino si posa sul davanzale della finestra aperta. Si guarda attorno, cinguetta per un po e vola via. Per oggi il sermone  finito, dice il vecchio monaco e se ne va anche lui. 

Quante lezioni hanno imparato gli asiatici osservando la vita degli animali! Molte pi di noi 
occidentali. I monaci di Shaolin, per non soccombere ai banditi che infestavano la foresta attorno al loro tempio, inventarono il kung fu, combinando i sistemi di difesa di vari animali. Gli indiani 
svilupparono lHatha Yoga per il controllo del corpo, copiando quattro importanti attivit degli animali: lo stiramento, la pulizia, la respirazione e il riposo. Il comportamento degli animali  determinato dallistinto, non dal pensiero, e cos la loro vita  in assoluta sintonia con la natura. La nostra lo  sempre di meno. Noi non sentiamo pi la natura, non la prendiamo sul serio, non la usiamo pi come maestra. Eppure  l, un grande museo senza orari e senza guardiani, ununiversit aperta a tutti, con lezioni a ogni ora del giorno e della notte. 

Quando tocchi una pietra, tu provi qualcosa. Cerca di immaginare cosa prova la pietra. Anche 
quella ha una coscienza, mi disse un giorno il Vecchio. Poi, forse perch non lo prendessi per matto, mi spieg che secondo gli shastra, le scritture sacre, il mondo minerale non  diverso da tutto il resto, e che mai uno scultore indiano dellantichit avrebbe fatto la statua di un dio usando una pietra femminile o quella di una dea usando una pietra classificata come maschile in base alla sua consistenza, il suo colore e la sua venatura. Ero andato da lui per raccontargli un sogno. Volevo che mi aiutasse a interpretarlo, ma il sogno non lo interessava. Il contenuto dei sogni, disse, era roba per gli psicanalisti che considerano loro compito riadattare i pazienti alla societ invece che cambiare la societ per adattarla ai bisogni dellumanit in generale. Quel che lo interessava era se avevo scoperto chi sognava. 

Perch, se tu sei nel sogno, chi  allora quello che sogna te nel sogno? Continua a scavare. Scava in un posto solo e vai gi, gi. Vedrai che prima o poi trovi lacqua, disse. 

Erano giorni che avevo problemi con la candela. Tutto andava bene finch fuori era buio, ma 
appena faceva giorno, sentivo il sole, la mia mente immaginava le montagne e preferivo andare a 
guardare a occhi aperti il mondo fuori invece di stare a occhi chiusi a cercare un mondo dentro che a volte mi pareva davvero campato in aria. Non ne feci mistero col Vecchio. Lui rise e, invece di 
rispondermi direttamente, mi raccont un aneddoto della vita di Rabia, una grande santa del sufismo.
.
Rabia vuol dire la Quarta, perch il padre aveva gi tre figlie quando lei nacque nellanno 717 a Bassora, in quello che oggi  lIraq. Rabia stava gran parte del tempo chiusa in casa, in contemplazione. Un giorno un amico pass sotto le sue finestre e grid: Rabia, vieni fuori a vedere la bellezza del creato. Da dietro le persiane chiuse venne la risposta: Vieni dentro a vedere la bellezza del Creatore! 

Bella storia. Ma il mio spirito di bastian contrario era tornato a farsi vivo con forza e istintivamente la mia reazione fu: Sempre questo dentro e fuori. Ma dov il benedetto dentro? 

Certo non dentro il tuo corpo. L puzza come fuori, ribatt il Vecchio. Poi continu: C un dentro che non  da nessuna parte, come il silenzio, come l'aldil. Dov laldil? Se tu fossi un pesce riflessivo e portato alla metafisica, diresti: Ci deve pur essere qualcosa al di l dellacqua. Ecco: il dentro  da quelle parti. 

Presto venne la neve. Cominci di notte e gi quando mi alzai, al buio, per stare davanti alla candela, sentii che fuori il silenzio non rimbombava pi. Era un suono ottuso. Allalba guardai dalla finestra e tutto era bianco, i cedri erano diventati ancora pi grandi coi rami congelati, lanfiteatro dei prati era pi marcato che mai, e lorizzonte era coperto da una tenda tremolante di fiocchi che continuavano a cadere. A met mattina, per pochi minuti, venne il sole e le montagne apparvero vicinissime. La neve dava loro una leggerezza che non avevo mai visto. Ma lo spettacolo dur poco. Una grande nuvola soffoc tutto, si fece scuro e la neve riprese a cadere. Continu tutto il giorno e la notte e il giorno dopo e quello dopo ancora. La mia finestra era per met coperta, la porta era bloccata. Gli animali erano tutti scomparsi. Restava solo un immenso silenzio. 

Da un villaggio gi nella valle in fondo allo strapiombo venne qualcuno ad accertarsi che il Vecchio stesse bene e a portare la notizia che la donna sanyasin del mandir era morta. Lavevano trovata nella 
foresta con una gamba che le era stata strappata via. La polizia stava cercando di stabilire se era finita 
assiderata e gli animali lavevano poi azzannata, o se era stato il leopardo ad attaccarla e mangiarla. In 
questo caso avrebbero dovuto organizzare una battuta perch, una volta che il leopardo diventa un 
mangiatore di uomini, niente lo ferma pi: e si avvicina anche alle case in cerca di una preda. Deve 
essere abbattuto. Era gi successo lanno prima, quando un leopardo cos di notte sera portato via un 
bambino da un casolare di pastori pochi chilometri sotto a noi. 

Due giorni di sole cominciarono a far sciogliere la neve e col Vecchio decidemmo di scendere ad 
Almora per i nostri rifornimenti. La camminata attraverso la foresta fino al mandir fu faticosa. Nessuno 
era passato sul sentiero e in certi punti la neve ci arrivava a mezza gamba. Cerano tante impronte di animali e lui mi indic quelle del leopardo. 

Sarebbe bello vederlo. Magari da lontano, dissi. Prima che tu veda un leopardo tre leopardi hanno visto te tre volte, ribatt. Tutti e due, senza dirlo, pensavamo ovviamente alla donna sanyasin del mandir e il Vecchio, un po per ridere e un po per far scappare via i leopardi che dai loro nascondigli ci stavano forse a guardare, cominci a gran voce a recitare i versi di una famosa poesia di William Blake: 
...
Tiger! Tiger! Burning bright,
In the forest of the night,
What immortal hand or eye,
Could frame thy fearful symmetry?
...
Tigre! Tigre che ardi di luce,
Nella foresta della notte truce,
Quale occhio o quale immortale maestria
Ha incorniciato la tua feroce simmetria? 
...
Mi unii a lui e tutti e due, a gran voce, con passo pi baldanzoso, riprendemmo: Tiger! Tiger! 
Burning bright. La luce nella foresta, riflessa dal biancore della neve, era quasi abbagliante. Gli alberi erano immobili, congelati. Alcuni rododendri avevano cominciato stranamente a fiorire e i grappoli di bocci rossissimi erano come manciate di rubini sparsi sul ghiaccio. 

Divertiti urlammo: Tiger! Tiger! Burning bright. fino al mandir dove ci aspettava una jeep. 
Facemmo la spesa al bazar e la sera, carichi di verdure, riso e farina, tornammo sani e salvi a casa. Celebrammo il successo della nostra spedizione cenando assieme nella sua stanza col bel caldo 
profumato della stufa di ferro infilata nel camino. 

Da un armadietto il Vecchio tir fuori una vecchia edizione di William Blake, una di quelle con le 
lettere dorate sulla copertina blu, e rileggemmo la poesia che ci aveva salvato. Davvero bella. Specie 
perch alla fine Blake si rende conto che la mano responsabile daver creato la feroce fiera  la stessa che ha fatto anche il timido agnello. 

Vedi? Un inglese del Settecento aveva capito il fondo delle cose, come i rishi, disse il Vecchio, 
entusiasta. Aveva capito che il divino  ci in cui gli opposti coesistono: tutto e il contrario di tutto; la 
bellezza e lorrore; lodio e lamore.  tutto l. Non c dualit. I rishi ebbero il coraggio di vedere il male 
come parte di Dio. Ma non sono stati gli unici. In India questa visione  solo pi esplicita: Kali, la dea 
della distruzione, quella con la lingua che gronda di sangue e una collana di teschi attorno al collo,  
anche la Madre delluniverso, appunto perch non c creazione senza distruzione. Capisci? La dualit  
una nostra illusione. Siamo noi a voler distinguere fra felicit e infelicit, gioia e dolore, vita e morte, ma 
quella distinzione  falsa. La verit  che sono tuttuno. 

Cit un verso dei Veda: Il giorno  lombra della notte, la vita lombra della morte. Poi aggiunse: 
Arrivare a questa esperienza vuol dire entrare in contatto con Quello, lo Spirito, Lui, o come lo vuoi chiamare. 

E se fosse Lui unillusione? dissi io. Se la vita spirituale fosse solo un sentito dire? In fondo, dov questo spirito? Mi guard divertito. Dimmi tu, dove non , Tiger? E da allora quel Tiger divent il suo modo di rivolgersi a me. 

Passarono i giorni, le settimane, i mesi; quietamente, in una armoniosa sequenza di pensieri, 
passeggiate, silenzi, qualche conversazione e soprattutto tanto tempo dato al tempo. Dovetti anche 
andare a New York per i soliti appuntamenti con gli aggiustatori -una volta tocc a Folco 
accompagnarmi, unaltra a Leopold - ma fu davvero come se, a forza di vivere da solo e star davanti alla 
candela, fossi riuscito nellesercizio di dividermi. Il mio corpo viaggiava, veniva anestetizzato, 
ispezionato, risvegliato e rimesso su un aereo, ma la mia mente rimaneva lass, nella pace della casa di 
pietra a quasi tremila metri, per cui ci ritornavo senza che in fondo fossi mai partito. 

Con New York e col mondo gi a valle in generale volevo avere sempre di meno a che fare. Mi 
sembrava daver capito come funzionava e non mi piaceva. Persino il mio benamato ospedale, a cui ero ormai legato da un certo affetto, mi accorsi che era soprattutto un grosso business e che era gestito con la stessa logica di un supermercato o una miniera di diamanti. Quando il pagamento anticipato delloperazione che dovevo subire ebbe un ritardo a causa dei soliti rigiri delle banche, mi fu detto che il mio nome sarebbe stato tolto dalla lista del giorno previsto per me. 

In compenso per anche il rispettato e tradizionalista MSKCC in mia assenza si era messo al passo 
coi tempi. Aveva aperto una sezione di Medicina Complementare, aveva adottato il reiki, studiava una terapia anticancro a base di arsenico e mandava per le corsie dei giovani con la chitarra a tirare su il morale dei degenti e a parlare loro di guarigione olistica. Gli aggiustatori non avevano alcuna fiducia in quella roba, ma lospedale evidentemente aveva ceduto alle richieste di tanti pazienti e soprattutto non aveva voluto perdere una fetta di mercato a favore dei guaritori e i loro simili. 

Alla fine della seconda visita il permesso di soggiorno nel limbo fra malattia e guarigione mi venne 
esteso da tre a sei mesi, ma feci attenzione a non dare troppa importanza a quella notizia. Ero arrivato, 
mi pareva, a un mio modo di star bene, e il silenzio, la vista delle montagne e lessere con me stesso 
erano ormai tutto quello che davvero volevo. 

Se un tempo il viaggiare era stato una sorta di droga da cui dipendevo, ora potevo dire di essermi 
completamente disintossicato. Non cera pi storia di una possibile medicina o di un guaritore che 
potesse indurmi a rimettermi in cammino. Di tutti i viaggi possibili ormai il solo che mi incuriosiva 
ancora era quello di ritorno, di cui parlava il Vecchio e di cui avevo trovato in Lao-tzu una perfetta 
descrizione, a cui, come sempre capita, in circostanze diverse non avrei mai fatto caso. 

La leggenda vuole che quando il vecchio filosofo cinese, vissuto nel sesto secolo avanti Cristo, arriv in groppa al suo bufalo al limite estremo della Cina per avviarsi verso lHimalaya, da dove non torn pi, il guardiano del Passo Han gli disse che lo avrebbe lasciato passare solo a condizione che, prima di scomparire, scrivesse quelli che erano i suoi pi importanti pensieri.  cos che sarebbe nato il classico del taoismo, il Tao te Ching, che comincia con i famosi versi: Il Tao che pu essere descritto non  il vero Tao. Tao, in cinese, vuol dire la via ed  pi o meno la stessa idea del dharma dei Veda e del buddhismo. A un certo punto in quel libro Lao-tzu dice che il fine delluomo  allineare la propria vita col Tao senza fare alcuno sforzo, senza voler raggiungere alcunch, ma semplicemente riconoscendo ci che . Chi pratica il Tao non ha che da essere in pace con se stesso, perch:
...
Senza uscire dalla porta 
Conosce tutto quel che c da conoscere 
Senza guardare dalla finestra 
Vede le vie del cielo 
Perch pi lontano si va 
Meno si capisce 
Il Saggio arriva senza partire 
Vede senza guardare 
Fa senza fare. 
...
A Benares mi ero fatto ancora incoraggiare dallesortazione di Indra, il dio dei viaggiatori, al giovane Rohita perch si mettesse in viaggio. Questa era la perfetta esortazione a un vecchio che si era gi fermato a restare fermo. 

Venne la primavera, poi venne il monsone e con ogni cambiamento di clima vennero nuovi uccelli, 
nuovi animali, nuovi colori nella foresta e nel cielo. La strada per Almora mutava col passare dei mesi. Prima fu infiammata dalla fioritura dei rododendri, poi divent vaporosa e gialla con lesplosione delle mimose, poi punteggiata di blu dai grappoli dei jacaranda. 

Una mattina, chinandomi a prendere un fiore che non avevo mai visto, mi accorsi che lerba attorno 
era piena di maggiolini. In hindi, chi sa perch, si chiamano ramkigai, le vacche di Ram. Quanti salti 
deve aver fatto la fantasia di chi arriv a quel nome. La mia fece i suoi. Mi misi a osservarne uno e mi 
persi. Scalava un filo derba, passava a un altro, scendeva, infaticabile risaliva su un altro filo, avanti e 
indietro ancora su uno, finch a un certo punto, abbracciato alla punta finissima di un filo che si 
piegava leggermente al suo peso, lui, da sotto la sua corazza lucida e rossa, punteggiata di tondini neri, 
tir fuori delle minuscole ali trasparenti e vol via: non l accanto in un altro cespuglio, ma via, via in 
alto, nel cielo, verso le montagne, senza sapere nulla delle leggi di gravit, senza chiedersi se la sua 
mente avrebbe potuto pensare linfinito, semplicemente facendo quello per cui era nato, seguendo la 
sua natura. 

Varie volte qualcuno, sapendo che ho passato gran parte della mia vita in Asia, mi ha chiesto se m 
capitato di vedere dei miracoli, delle cose insolite, tipo uno yogi che levita, che cammina sullacqua o 
sa rendersi invisibile. No. Non ho mai visto niente del genere. Ma il ramkigai? il minuscolo maggiolino 
che volava libero nellinfinito? Non era, quello, un miracolo? Non occorre andare a cercare lo 
straordinario quando lordinario, se osservato davvero, ha in s tanto di sorprendente. Di divino. 

Le mie saltuarie visite al mondo, specie quelle a New York, dove non solo il benamato ospedale, ma 
anche tutto il resto rappresentava la punta pi avanzata di quel che la civilt occidentale era capace di 
produrre, mi avevano rafforzato nellidea che la soluzione ai problemi umani non pu venire dalla 
ragione, perch proprio la ragione  allorigine di gran parte di quei problemi. 

La ragione  dietro allefficienza che sta progressivamente disumanizzando le nostre vite e 
distruggendo la terra da cui dipendiamo. La ragione  dietro alla violenza con cui crediamo di metter 
fine alla violenza. La ragione  dietro alle armi che costruiamo e vendiamo in sempre maggiore quantit 
per poi chiederci come mai ci sono cos tante guerre e tanti bambini che vengono uccisi. La ragione  
dietro alla cinica crudelt delleconomia che fa credere ai poveri che un giorno potranno essere ricchi 
mentre il mondo in verit si sta sempre pi spaccando fra chi ha sempre di pi e chi ha sempre di 
meno. 

La ragione, che pur ci  stata di grande aiuto e ha contribuito al nostro benessere, soprattutto quello 
materiale, ci ha ora messo in catene. Dopo aver negato qualsiasi ruolo alle nostre emozioni e allintuito, 
dopo aver fatto dei sogni una lingua morta, la ragione ci impone ora di pensare e di parlare 
esclusivamente a suo modo. 

La ragione ha tagliato via dalle nostre vite il mistero, ci ha fatto dimenticare le favole, ha reso 
superflue le fate e le streghe che invece servivano tanto a completare il nostro altrimenti arido 
panorama esistenziale. 

Ma le alternative? Io stesso ne sentivo i limiti. Parole come cuore, intuizione, energie mi 
avevano sempre lasciato molto freddo eppure, visto il disastro prodotto dalle verit obbiettive della 
ragione, mi pareva giusto esplorare il terreno, pur insicuro, delle verit soggettive. Per cercare non 
unalternativa alla ragione, ma, come nel caso della medicina, qualcosa di complementare. 

Se la ragione coi suoi prodotti, come le ideologie e le religioni, operando nel mondo fuori, era fallita 
nel compito di migliorare la condizione umana, sempre pi dominata da sentimenti di separazione e 
dalla violenza, era sensato guardare dentro alluomo stesso per cercare una soluzione diversa. Forse 
stiamo seduti sulla soluzione. Forse noi siamo la soluzione purch si sia capaci di sfuggire alla schiavit 
del pensiero prestabilito, dellesperienza, di ci che crediamo di sapere, per poter riconquistare la libert 
dellimmaginazione e uno spazio in cui esercitare la nostra fantasia. 

A volte pare, e certo pareva cos anche a me, che lasciare la terra ferma della ragione per quella 
incerta della non-ragione sia un rischio, ma  un rischio che, a pensarci bene, gi conosciamo, anche se tendiamo a dimenticarcelo. Che cos lamore se non la negazione della ragione? 

Allora perch non provare a sragionare come si fa nellamore? Perch non rifiutare gli automatismi 
della mente razionale che sono alla base di tutto il nostro modo di vedere il mondo? 

Dimmi cos la Verit, chiede un monaco al suo abate. Prima devi bere tutta lacqua del fiume in un sorso, dice quello. Ma lho gi fatto. Bene, allora io ti ho gi risposto. 

Ecco un esempio di sragionamento tipico dei buddhisti zen che a questa attivit, quella appunto 
dello sragionare, si sono dedicati con passione, perch anche loro sentivano che senza uscire dal 
solito modo di pensare non potevano arrivare in un balzo, come sognavano, a cogliere la Realt Ultima. Sono stati i meditatori zen, prima in Cina, nel monastero di Shaolin, poi in Giappone, dove la tradizione  sopravvissuta fino a oggi, a sviluppare lidea del koan: un paradosso con cui la mente razionale non riesce a fare i conti, una domanda apparentemente assurda a cui sembra impossibile rispondere logicamente. Ma proprio quello  il senso. 

La storia del pi noto koan  questa. Un giovane monaco vede i suoi colleghi pi anziani entrare ogni mattina e ogni sera nella stanza del capo abate, Mokurai, il cui nome  gi di per s un paradosso: vuol dire Tuono Silenzioso. Il giovane monaco  geloso perch capisce che Mokurai d agli altri monaci delle speciali istruzioni sulla meditazione. Una mattina si fa coraggio ed entra anche lui da Tuono Silenzioso. 

Tu, no. Sei troppo giovane. Vai via, dice labate vedendolo. Il ragazzino insiste e il vecchio cede: Torna stasera. Alla sera il giovane monaco arriva alla porta di Mokurai, batte tre volte il gong ed entra nella cella. Labate gli dice soltanto: Tu sai ascoltare il suono di due mani che applaudono? Bene, qual , allora, il suono di una sola mano che applaude? Torna quando hai la risposta. 

Il ragazzo  perplesso e ogni giorno torna dal maestro con una diversa risposta:  il suono duna 
goccia dacqua che cade sulla pietra;  la musica di una geisha; il canto di una locusta; il soffio del vento. Tanti diversi suoni, ma ovviamente tutti sbagliati. Nessuno  il suono di una mano che applaude. Il giovane monaco soffre, pensa, si dispera. Il suo patire dura pi di un anno. Ogni giorno ripassa tutti i suoni, finch una mattina li trascende tutti e corre da Mokurai. Maestro, ho trovato:  il suono che non ha suoni, il silenzio. Bravo, il giovane monaco. Quello  il suono di una sola mano che applaude. 

La soluzione  ovvia, ma arrivarci  stato difficilissimo e questo  il vero scopo del koan. Il segreto non sta nella soluzione, ma nel processo che ha occupato la mente. In cerca della soluzione, il giovane monaco ha dovuto affrontare varie emozioni, dallarroganza alla rabbia, alla disperazione, allodio verso il Maestro, fino ad arrivare alla serenit che ha spinto la sua mente al di l del solito, lineare modo di ragionare, le ha permesso di pensare diversamente, di non pensare e di guardare le cose come sono: una sola mano che applaude non fa alcun suono. 

La mente  frutto del tempo.  un magazzino di esperienze; opera con quello che conosce e per sua 
natura non va al di l di quello che le  noto. Per questo la mente, arrivata al suo limite razionale, non trovando la soluzione dentro di s, in quello che ha accumulato, si ritira e lascia che lapprendista meditatore vada al di l e faccia quel salto di coscienza che gli permette una diversa visione. Oggi  la visione del non suono, domani sar la visione della Realt Ultima, del mistero che  al di l, dello sconosciuto sempre pi vasto di tutto ci che pu mai essere conosciuto, come lo chiamava il Vecchio. 

Si fa spesso questa esperienza anche nella vita: quando un problema sembra senza soluzione, la 
soluzione improvvisamente compare fuori dalla logica delle soluzioni a cui si  abituati. 

Fu pensando ai koan che una sera finalmente capii che la domanda con cui mi ero arrovellato per tre 
mesi nellashram e che mi portavo ancora dietro lass, Io, chi sono?, era il koan dei koan. Nonostante le parole delle Upanishad e della Gita, quel che la domanda innescava non era un processo intellettuale da concludersi con una risposta -neppure con la risposta del Vedanta: Tu sei tutto questo quel che innescava era il processo di dubitare della propria identit. 

La risposta sta nel porsi la domanda, nel rendersi conto che io non sono il mio corpo, non sono 
quello che faccio, non sono quello che posseggo, non sono i rapporti che ho, non sono neppure i miei pensieri, non le mie esperienze, non quellio a cui teniamo cos tanto. La risposta  senza parole.  nellimmergersi silenzioso dellio nel S. 

Capii che parte del mio istintivo tentativo di cambiare identit, rinunciare al passato, andare 
nellashram e diventare Anam veniva da questo bisogno di scappare dal conosciuto, di vedere le cose in un altro modo, senza il peso di tutto il sapere accumulato in una vita. 

Avevo passato ore dinanzi alla candela, cercando di far sedimentare lacqua torbida attorno al 
problema dellio e un giorno chiesi al Vecchio cosa pensava di quelle pratiche intese a distruggerlo. A volte con risultati disastrosi. Come al solito, la risposta mi venne in forma di storia. Questa era una che Ramakrishna stesso usava per rispondere proprio a quella domanda sullio. 

Fuori da un villaggio vive un terribile serpente che assale e morde chi gli va vicino, e che anche da lontano terrorizza la gente col suo sibilo. Il villaggio non sa cosa fare. Fortunatamente un giorno passa da l un sadhu e gli viene chiesto di intervenire. Il sadhu va dal serpente e molto gentilmente gli parla. Devi lasciare in pace quei contadini. Non sono il tuo cibo. Non ti minacciano. Perch allora tu minacci loro? dice il sadhu. Capisco che tu debba mangiare i topi e le piccole bestie della foresta, ma perch terrorizzare questi poveri contadini? Fallo per me: smettila. Il serpente si commuove e acconsente. Un anno dopo il sadhu nel suo vagabondare ripassa nei pressi del villaggio e rivede il serpente. Davvero male in arnese: un occhio gli ciondola dalla testa, sanguina dalla bocca e ha tutto il corpo coperto di ferite. Che ti  successo? chiede il sadhu. Le tue parole, Maestro, mi hanno davvero cambiato. Ho fatto esattamente come mi hai detto e ora tutti vengono qui a darmi bastonate e persino i bambini si divertono a tirarmi addosso i sassi che trovano. Ma io, Maestro, continuo a fare come tu mi hai detto. Cretino! sbotta il sadhu. Non ti ho mai detto di smettere anche di sibilare!
.
Quel che Ramakrishna voleva dire, concluse il Vecchio,  che l'Io pu essere utile. Poi di suo 
aggiunse: Meglio farlo maturare che distruggerlo. Per stare nel mondo un po di Io  indispensabile per proteggersi. Basta per che lIo non si prenda troppo sul serio e che tu sappia che  solo una maschera. Ogni medaglia ha due facce, e anche la vita solitaria, in pace, tutta ripiegata su se stessa, per giunta lass, illuminata dalle gioie della natura, aveva un suo lato oscuro. Nel mio caso furono le allucinazioni. 

Cominciarono una notte. Ero seduto davanti alla candela nel solito esercizio inteso a calmare la 
mente e osservare spassionatamente la danza dei pensieri sullo sfondo del silenzio, quando 
improvvisamente sentii una voce di donna: non la voce di qualcuno che conoscevo, non la voce di 
Angela, ma una voce chiara e netta che non veniva da nessuna parte in particolare e che in italiano 
disse: Continua cos. Io ti aiuter. 

Non mi mossi. Aspettai che parlasse ancora, ma la mia mente era gi distratta e rideva degli scherzi che era capace di farsi e di farmi. Sorrisi anchio al pensiero che  cos che i santi sentono la voce del Signore e gli invasati quella del Diavolo, ma non mi sembr che nel mio caso si trattasse della voce di uno dei due. Non era nemmeno la Voce di cui diceva il Vecchio, perch quella non parlava; quella faceva solo sentire le risposte ai problemi con cui uno si presentava con devozione e gratitudine, come aveva aggiunto una volta. 

Quella voce era il risultato della situazione in cui mi ero messo. La prolungata solitudine e il silenzio creano un vuoto che d psicologicamente le vertigini. Senza pi distrazioni, la mente si concentra, diventa una lente dingrandimento in cui delle piccole cose appaiono enormi. La mente allora ha limpressione di capire tutto, di vedere pi chiaro e di fare esperienze altrimenti fuori dallesperienza: una sensazione simile a quella prodotta da certe droghe, credo, quando anche il tempo perde il suo ritmo e diventa una sorta di fisarmonica in cui presente, passato e futuro entrano luno nellaltro. 

Sentii ancora un paio di volte la voce di quella donna, ma non drammatica e chiara come la prima. 
Ero ovviamente io che giocavo con me stesso. 

Poi mi successe qualcosa che certo era legato allesercizio che facevo di staccarmi dal corpo, di non 
identificarmi con quello ma con la coscienza. Cominciai ad avere limpressione che dentro di me ci 
fosse un seme che voleva sbocciare, ma che era soffocato da strati di conoscenza, di certezze, di 
nozioni, di regole legate alla mia vita passata: qualcosa che era prigioniero e che ora voleva liberarsi dal peso della materia. 

Poi una sera, al tramonto, andai gi in una parte della foresta dove non ero mai stato e vidi una 
strana, alta roccia in cima alla quale cresceva, inaspettato, un leccio nano, un naturale bonsai che si 
stagliava contro la calligrafia rosa delle montagne. Scalai la roccia, mi sedetti accanto al leccio e mi 
accorsi che ai miei piedi si apriva il vuoto dello strapiombo. Pauroso e attraente. In cielo, altissimi, 
comparvero i miei due corvi e cominciarono a chiamarmi. Risposi e vennero a volarmi vicino. Che 
meraviglia, il loro aleggiare nel vento freddo che sera alzato col calare del sole! Si lasciavano cadere 
nello strapiombo e lattimo dopo erano di nuovo su, in alto. Che bello, seguirli! Il tempo non si ripete, il 
tempo  solo presente, perch solo al presente se ne fa lesperienza. Mi chiamavano e la risposta mi sembr semplice: fare un balzo e raggiungerli. Dietro di me sentii una presenza che mi incoraggiava, una mano che mi spingeva, una mente che mi ripeteva che il tempo  solo al presente, che il corpo  un peso di cui  facile sbarazzarsi per diventare leggeri e volare come i corvi. E mi voltai impaurito. Non vidi nessuno, ma ero sicuro di non essere solo. Feci uno sforzo per rimanere calmo, concentrarmi, indietreggiare dal baratro e poi, lentamente, tornare sui miei passi. 

Salire su una roccia  sempre pi facile che scenderne e dovetti fare grande attenzione a dove 
mettevo i piedi. Avevo limpressione di lottare con qualcuno, mentre i corvi in alto se la ridevano, vedendo me-corpo ancora cos tenacemente aggrappato alla terra. 

Non avevo visto il Vecchio da alcuni giorni, quando un pomeriggio lo incontrai al cancello che 
andava, anche lui, a fare la sua passeggiata nella foresta. 

Tiger, come sta il tuo amico? mi chiese. 

Pensai parlasse del topo e incominciai a dirgli che ceravamo intesi, ma lui aggiunse: Pensi sempre a una cura? e capii che si riferiva al mio cancro. 

Devi arrivare a un punto in cui la cura non  pi ci che desideri, perch hai capito che c una cura pi profonda delle medicine. Se tu potessi entrare in contatto con lunit della vita, allora sentiresti che la cura non significa pi nulla, disse. Vedi, ci sono due tipi di salute. La salute bassa, che  lessere in forma come gli atleti; e una salute alta, che  lintegrazione della malattia. 

Camminammo ancora per un po senza dire nulla, ma lui continuava ovviamente dentro di s a fare 
il suo ragionamento, perch a un certo momento si ferm e mi chiese: Hai scoperto chi muore quando 
si muore? 

A parole potevo dare tutte le risposte giuste, dissi, perch ultimamente avevo letto tanto 
sullargomento e ci avevo riflettuto sopra. Mi erano interessati gli esercizi suggeriti da varie tradizioni 
per impratichirsi a morire, a morire vivendo, alla maniera dei sufi, ma sinceramente non ero sicuro 
che tutto questo avesse cambiato qualcosa dentro di me. Alla mia testa era chiaro che, nascendo, si 
incomincia a vivere, ma si incomincia anche a morire e che, come diceva lui, vita e morte sono due 
aspetti della stessa esistenza. Intellettualmente capivo che, morendo, muore tutto quello con cui ci 
identifichiamo, il corpo, i pensieri, i nostri rapporti umani, la nostra esperienza e quellIo a cui diamo 
cos tanta importanza. Per cui  giusto dirsi ogni giorno: lo non sono questo. Io sono coscienza ed 
esercitarsi cos a non essere troppo attaccati a ci che non siamo. Ma bastava tutto questo a togliermi la 
paura di morire? 

E lui, quella paura non laveva mai avuta? 

S, da giovane, disse. Ma non pi. Anzi, ora era piuttosto curioso della morte. E avevo ragione io, 
disse: non si trattava di capirla con la testa. Il solo modo di conoscerla davvero era di morire. 

Continuammo ancora a camminare lentamente, sempre con quel tema in testa, e io gli dissi che una 
delle pi belle letture che avevo fatto recentemente era stata la Katha Upanishad, quella in cui il giovane 
Naciketas va da Yama, la Morte, si siede davanti alla sua casa e per tre giorni la implora di insegnargli 
cos la Verit. La Morte non vuole saperne, si nasconde. Poi, cercando di togliersi dai piedi quel 
ragazzo, gli offre oro e ricchezze. Gli offre persino un regno e una vita lunghissima, ma Naciketas 
rifiuta tutto. Lui vuole solo ci che  fuori dalla portata della Morte stessa. 

La Morte allora si commuove. Accetta di prendere Naciketas come suo discepolo e, diventata il suo 
guru, gli insegna ci che, una volta conosciuto, scioglie tutti i nodi del cuore e rende inutile qualsiasi altra conoscenza. La lezione  la stessa di tutte le Upanishad e della Gita.  la lezione del Vedanta: tutto ci che nasce muore, tutto ci che muore rinasce. Solo il S, la coscienza pura che non  mai nata, che  fuori dal tempo, resta. 

Mi ricordavo dei versi di quell Upanishad e li declamai: Come il grano, Luomo matura. Come il grano, Egli di nuovo rinasce. Il Vecchio era divertito. La Katha era stata l'Upanishad preferita anche dal suo vecchio guru, Krishna Prem. 

Vedi? La morte non  negativa. Pu essere la Grande Maestra.  infatti grazie a lei che ci poniamo 
le grandi domande sulla vita, disse. E se ci pensi bene ..  stata lei a portarti quass. Aveva ragione. 

Tornando a casa, passammo vicino a dove, qualche sera prima, avevo lasciato il sentiero per 
scendere verso la strana roccia col leccio nano e mi venne da raccontargli quel che mi era successo. 

Ah, s! Avevo dimenticato di dirtelo. Quello  un posto in cui non metter mai piede, disse il 
Vecchio. Vibra di tutti gli assassini che ci sono stati commessi. Gli inglesi, quando abitavano quass, 
stavano su quella roccia a sparare sugli animali nella foresta. Ci hanno fatto delle carneficine. Un 
pastore poi ci ha portato la moglie e lha buttata gi nello strapiombo. Un posto da evitare, credimi. 

Dopo mesi e mesi di isolamento, si trattava di tornare a casa. In estate la famiglia si sarebbe riunita a 
Orsigna nellAppennino tosco-emiliano e io non potevo mancare. Lidea di andarci mi faceva un gran 
piacere. La nostalgia di Angela era a volte quasi un male fisico e volevo stare anche con i figli che non 
avevo visto da tempo; ma non era semplice. Abituato comero ormai al silenzio, a vivere da solo e ad 
avere la testa tutta impegnata in un senso e senza nessuno dei necessari pensieri che la occupano nella 
vita normale, temevo moltissimo il ritorno alla routine del quotidiano, il telefono che squilla, il far 
benzina, landare alla posta, gli amici che passano a salutare, quelli che si fermano a pranzo, i discorsi sugli altri amici o sulla politica del momento. 

Dopo vari alti e bassi, da solo nella mia casa di pietra, ero sulle tracce di qualcosa che mi stava a cuore, di qualcosa che mi pareva pi importante di tutto il resto e non volevo assolutamente 
abbandonare quel filo. In fondo avevo paura. Paura di perdermi come il Narada di unaltra, antica storia indiana. 

Narada  un fedelissimo seguace e discepolo di Vishnu. Un giorno va dal suo maestro e gli chiede la 
differenza fra maya, il mondo dellillusione, e la verit. Vishnu non ha nessuna voglia di mettersi a spiegarglielo.  un giorno caldissimo e ha sete. Senti, dice a Narada. Intanto vammi a prendere un bicchier dacqua. Narada corre via. Arriva a un villaggio, bussa a una porta e una bellissima ragazza viene ad aprirgli. Narada chiede dellacqua, la ragazza lo invita a entrare e i due incominciano a parlare. Narada si innamora, sposa la ragazza e da lei ha vari figli. Passano dodici anni e un giorno sul villaggio si abbatte un terribile uragano. Il fiume straripa, le case vengono trascinate via e Narada vede scomparire nei flutti la moglie e, uno dopo laltro, tutti i figli. Gli resta solo il pi piccolo che cerca di salvare tenendolo alto sulla testa. Ma lacqua continua a salire, a salire, gli arriva gi alla gola, Narada  disperato, non sa pi cosa fare e con gli occhi rivolti al cielo, implora: Ti prego, Signore, aiutami! E subito, fra i tuoni e i lampi, sente una voce:  .. e il bicchier dacqua?
.
Il senso della storia  che, mandando Narada a prendergli da bere, Vishnu ha dato al suo allievo la 
risposta che quello cercava: il villaggio, la ragazza, la famiglia, i figli: tutto quello  maya, il mondo del divenire, del mutamento. Non  la Verit, ci che non cambia. E lesperienza, pi di ogni spiegazione, ha fatto capire a Narada la differenza fra i due. 
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Orsigna era un villaggio, ma io non riuscii neppure a farci bene la parte di un bravo Narada. Passai, s, lestate in famiglia. Ma questo non fece piacere a nessuno. Ero costantemente di cattivo umore. Volevo star solo. Tutto e tutti mi davano noia. Nei giorni di Ferragosto, la sera in piazza ballavano il liscio. Un tempo la musica che saliva su per la valle e la voce di qualche cantante di provincia sotto il cielo stellato erano una gioia. Ora disturbavano la mia pace. Ce lavevo persino con le campane della chiesa che, ormai senza pi un campanaro, suonavano automaticamente, grazie a un marchingegno elettronico. Trovavo tutto inutile, un peso. Non avevo tempo per nessuno: esattamente il contrario di quello a cui aspiravo.
.
Se i tanti mesi di solitudine e di concentrazione erano solo serviti a rendermi cos insopportabile, 
non erano davvero valsi la pena. Mi rendevo conto che questo dipendere dalla solitudine per essere in 
pace era una forma di immaturit, ma esserne cosciente non bastava. Capivo che la solitudine in s non  la soluzione.  solo un punto di partenza da cui io per non mi ero mosso. NellHimalaya avevo 
trovato il silenzio fuori, ma non avevo ancora fatto pace dentro di me. Pensavo solo a tornare lass per rimettermi al lavoro, come lo chiamava il Vecchio. 

La goccia che fece traboccare il mio vaso fu il carrello del supermercato di Maresca, il pi vicino a Orsigna. Ero andato a fare la spesa, mi trovavo tra gli scaffali. Lentamente con gli occhi scorrevo lungo i ripiani per prendere quello di cui avevamo bisogno e buttarlo nel carrello. Guardavo gli altri fare come me, poi stare in coda per pagare, sentivo il rumoreggiare dei registratori di cassa, sentivo il richiamo a comprare di tutte quelle scatole, dei bussolotti, dei colori, delle figurine, e non ce la feci pi. Ero pazzo io o il mondo? Lasciai il carrello mezzo pieno l dovera e tornai alla macchina. Nel giro di ventiquattrore ero su un aereo diretto a Delhi. Due giorni dopo nella mia casa di pietra. 

Passai un nuovo inverno di solitudine con tanta neve, poi ancora una bella primavera. Questa volta 
senza allucinazioni, anzi, con lillusione che stavo facendo davvero qualche progresso. Presto fui messo alla prova. Angela, con anni di lavoro, aveva organizzato, dopo quella a Palazzo Pitti, una grande esposizione commemorativa di suo padre alla Zitadelle di Berlino. Hans-Joachim Staude, nato a Haiti da una famiglia di tedeschi di Amburgo, era arrivato, ancora giovanissimo, a Firenze e l, dove gli amici lo chiamavano Anzio, aveva passato lintera vita a dipingere. 

Quella mostra marcava il suo ritorno postumo, da pittore ormai noto, in Germania. Era un grande 
avvenimento. Cerano tutti i parenti tedeschi, la famiglia, la stampa, la televisione, i miei ex colleghi di Der Spiegel, tantissimi amici e conoscenti, e a me parve di essere stato catapultato in una commedia di cui avevo dimenticato la mia parte. Stavo imbambolato sul palcoscenico senza ricordarmi le battute da dire. Le poche che dissi erano fuori posto e spesso imbevute di quella arroganza che solo lausterit e lascetismo della vita solitaria sanno a volte indurre. Chi fa sacrifici e rinuncia ai piaceri del mondo sviluppa, come per compensazione, un senso di superiorit e, se non  nel fondo umile, finisce anche per credersi santo. 

Gli indiani conoscono bene questo meccanismo e per mettersi in guardia raccontano la storia dello 
yogi che, dopo anni di dure prove e privazioni, sente finalmente di aver acquisito i poteri a cui 
aspirava. Si prepara a lasciare il suo eremo nella foresta, quando un uccellino che sta su un ramo 
proprio sopra di lui .. pluff, gli caca in testa. Il santone  furioso, rivolge il suo sguardo alla povera bestia e quella piomba a terra, incenerita. Lo yogi  soddisfatto. Ha la prova che  riuscito nel suo intento. Pieno di s, scende a valle e al primo villaggio bussa a una porta per chiedere da mangiare. Da dentro, la voce di una donna gli dice di aspettare. Il santone si irrita e quando finalmente la donna apre per offrirgli del riso lui la guarda male. Ehi, io non sono come quelluccellino che hai appena incenerito, gli dice la donna. E lo yogi, esterrefatto, si rende conto che ci sono vari modi di ottenere i poteri.
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Me ne accorsi anchio. Angela, senza essersi isolata in nessuna Himalaya, senza aver tagliato con 
nulla e con nessuno, era di gran lunga pi serena, pi equilibrata e pi in pace di me. Questo non faceva che aumentare la mia frustrazione. Avrei dovuto prendere lei come guru. Invece, arrivai a vedere in lei, che con la sua presenza nel mondo mi ci tirava dentro, un ostacolo al mio lavoro, lultima tentazione che mi impediva di spiccare il volo. E con la cattiveria con cui si  capaci di distruggere ci che si ama, pensai di tagliare anche quel legame. Ero gi riuscito a mettere sotto controllo tantissimi desideri; potevo certo eliminare anche gli ultimi.
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In quarantanni di sodalizio quello fu il momento pi difficile del nostro rapporto. Il fiume non va spinto, scorre da s, dicono gli indiani. Angela lo aveva capito e mi lasci ripartire senza farmene una colpa. Avevo ancora bisogno di tempo da solo? Che me lo prendessi senza scadenze, senza condizioni. Tornai nella casa di pietra sapendo che dovevo trovare una soluzione alla mia inquietudine che non fosse legata a quello o a qualsiasi altro posto. Tutti i posti appartenevano al mondo di fuori per cui erano impermanenti, mutevoli. 

Cercai di concentrarmi sui temi che in quel momento mi assillavano. Lamore, il distacco, la libert. Che cos lamore?  semplice desiderio, per cui dipendenza? O una delle massime espressioni di libert, perch  un legame che non lega, e per questo  forte, come se un elefante accettasse di farsi tenere da un filo di seta? 

Riuscire a staccarsi dalle cose del mondo vuol dire diventare indifferenti? O vuol dire solo non 
esserne schiavi? Nel primo caso non avrei pi voluto aspirare al distacco. Nel secondo mi ci sarei 
riconosciuto. 

Una volta chiesi al Vecchio se la famiglia poteva essere un ostacolo alla vita interiore. Per Buddha lo fu, rispose. Poi, quando cap che parlavo di me e che il paragone con lilluminato 
non calzava, mi raccont una storia di Tagore intitolata Laspirante asceta. Questa fa pi al tuo caso, disse.
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Un uomo decide di lasciare la famiglia per farsi sanyasin. Una notte quando, di nascosto, sta per 
partire, getta un ultimo sguardo alla moglie e ai figli addormentati e, rivolto a loro, dice: Chi siete voi che mi tenete qui incatenato? 

Una voce nel buio bisbiglia: Loro sono me, sono Dio. 

Luomo non fa attenzione. Non ascolta e parte. E a Dio non resta che concludere: 

Ecco uno che, per cercarmi, mi abbandona. 

No. Alla lunga io non ero fatto per lascetismo, per la rinuncia. La vita era per me ancora qualcosa di 
meraviglioso, un richiamo forte. Il mio stesso sentirmi cos bene nella natura ne era una riprova. Un 
giorno mi colp vedere come alcuni fiorellini crescevano, commoventi, nelle fessure fra le pietre della 
mia casa. Tenaci e fantasiosi. Quella loro determinazione a vivere godendo del sole era anche la mia. 

Trovavo che era molto pi nel mio carattere includere che escludere come invece avevo fatto di 
recente. Al limite trovavo lincludere anche pi saggio. 

Lentamente, senza che succedesse niente di particolare, mi accorsi che la bocca mi rideva sempre 
pi spesso. Anche lo stare davanti alla candela divenne pi rilassato. A distanza, senza la complicazione 
delle parole che finiscono sempre per dire troppo o troppo poco, il rapporto con Angela si appian e 
quando, dopo due mesi, ci incontrammo per andare di nuovo a New York, ritrovarsi fu la cosa pi 
naturale. Non ci fu da fare i conti di nulla. Solo delle gran risate. 

Gli aggiustatori mi trovarono bene e dissero di volermi rivedere dopo un anno. A quel punto ne 
sarebbero passati cinque. Io avrei potuto morire subito dopo, come aveva detto il medico ayurvedico di 
Dehra Dun, e gli aggiustatori avrebbero comunque potuto classificare il mio caso come un successo. 


Cos funzionano le statistiche. 

Passai l'estate in famiglia a Orsigna. Ricominciai a vedere gente, alcuni amici, e mi coinvolsi in un progetto per salvare un vecchio mulino ad acqua nel fiume. A volte rispondevo persino al telefono, segno che la mia nevrosi era in qualche modo sotto controllo. 

Il piano era di tornare in autunno nellHimalaya e di aspettare lass Angela che sarebbe venuta per 
Natale, ma, come diceva il Swami: Vuoi far ridere Bhagawan? Digli i tuoi piani! 

Bhagawan per me ne aveva ben altri. 

L11 settembre fu uno spartiacque nella vita di tutti e certo anche nella mia. Tornare in montagna 
mentre lumanit affrontava scelte di enorme portata storica mi era impossibile. Dinanzi a quel che 
succedeva, e ancor pi dinanzi a quel che sentivo forte sarebbe successo - angosciante essere 
Cassandra -, tornare a fare leremita mi pareva indecente. Nella solitudine, nel cercare me stesso, 
sentivo ormai qualcosa di profondamente arido, come nellamore predicato dai sacerdoti. Non dovetti 
pensarci due volte: mi sentivo ancora parte del mondo, non volevo esserne schiavo; volevo cercare di viverci meglio. Se in quegli anni di solitudine avevo imparato qualcosa, a non giudicare troppo, a non reagire secondo i meccanismi soliti della ragione, a essere libero dal conosciuto, a sentire lumanit come un tutto unico, a non accettare le divisioni di religione, di razza, di nazione che ci stanno portando alla rovina, questo era il momento di rendere un po di quel che avevo preso. Se mai mi si era accesa in cuore una piccola luce che non tremava al primo vento, questo era il momento di accendere con quella altre luci, perch quelle ne accendessero altre, affinch il mondo fosse un po meno nelloscurit. 

A ispirarmi fu mio nipote, Novalis: due anni, curioso e inconsapevole, pieno di entusiasmi e ancora 
senza quel sentimento che presto soffoca tutti gli altri, la paura. Volevo lasciargli qualcosa che non fosse solo il ricordo di un nonno con la barba. Ne nacque lidea di andare a rivedere coi miei occhi la causa delle cause di tutte le paure: la violenza. Le Lettere contro la guerra sono dedicate a lui. 

Nei tre mesi in cui rimasi a giro fra il Pakistan e lAfghanistan ogni tanto pensavo alla mia casa di pietra e al Vecchio. Lo immaginavo sorridere al mio ardore per la causa della non violenza. Lo sentivo dire che tutto quel che facevo non serviva a nulla, che questa civilt non  degna di essere salvata e che non  certo correndo di qua e di l a tappare i buchi che si salva una nave che affonda. Lo so, lui era convinto che lumanit, ormai tutta impegnata solo nel perseguire i piaceri dei sensi, era alla vigilia di una grande nevrosi e vedeva tutto quel che succedeva sulla scala delleternit in cui il mondo  gi nato sette volte e sette volte  gi stato distrutto. 

Nel fondo aveva forse anche ragione -le forze in ballo sono pi grandi di noi -ma non potevo 
accettarlo. Sono sicuro che se mi avesse avuto dinanzi mi avrebbe citato qualche santo o magari anche 
quel malandrino intelligente e mistico di Gurdjieff, secondo cui sarebbero bastate duecento persone 
illuminate a cambiare la storia dellumanit. Meglio quindi cercare di diventare una di quelle. Lo sentivo 
dire che lessere  di gran lunga pi importante del fare, ma io pensavo che ci sono momenti nella vita 
in cui bisogna anche fare per poter essere. In quelle circostanze linazione era unazione che mi pareva 
immorale. 

In fondo, nel suo elogio dellinattivit cera qualcosa di profondamente indiano che non mi piaceva, 
che non era nella mia natura. Se il mio tetto pisciava acqua, dovevo andare a ripararlo. 

Il Vecchio, lo so, riusciva a essere indifferente. 

Tornando da Kabul, passai da Delhi e andai nella casa di pietra a scrivere lultima lettera. Quando 
vidi il Vecchio, fu come se tutti i discorsi che mi ero immaginato con lui li avessimo fatti davvero. 

Se devi proprio scrivere, sii almeno sincero, mi disse. In questo cercai di dargli retta. Poi mi pose una domanda a cui non mi fu facile rispondere con sincerit. Con questo libro lavori per Lui o per te? mi chiese, guardandomi fisso. In altre parole: mi dedicavo a Quello, alla Coscienza, a Bhagavan, alla Voce o facevo tutto per il mio Io? Scrivevo perch pensavo con questo di avvicinarmi alla Verit o perch mi piaceva vedere il mio nome nei giornali e avere della gente che veniva ad ascoltarmi? 

Era una domanda giustissima e con quella il Vecchio mi mise alle spalle un guardiano che sento 
ancora seguirmi dappertutto. Utilissimo per non perdere il controllo di quel che mi succede e tenere a bada lIo. Secondo il Vecchio sarebbe stato molto meglio se fossi rimasto a scavare in un posto solo invece dandare a giro a raccogliere ciottoli credendo che son pietre preziose. Ma il suo non era un giudizio definitivo. Finirai per trovarla la Via .. se prima hai il coraggio di perderti, concluse, citando un poeta urdu. 

Dovevo molto al Vecchio. Mi aveva indicato la direzione del viaggio di ritorno. Soprattutto mi aveva 
fatto capire che non dovevo dipendere da nessuna idea altrui, da nessun guru, tanto meno da lui, e che 
di ogni cosa dovevo fare io direttamente, sulla mia pelle, lesperienza. Dovevo io mettermi in ascolto della Voce, non farmela riferire da altri. 

Lui e lIndia sono stati per me una grande occasione, ma quello che alla fine mi pare di aver 
imparato non  indiano.  parte di quella filosofia perenne che non ha nazionalit, che non  legata a nessuna religione, perch ha a che fare con laspirazione pi profonda dellanimo umano, con quelleterno bisogno di sapere come mai siamo al mondo e come entrare in contatto con quello che ci ha messo qui. In India, dove niente viene mai buttato del tutto, le varie risposte a queste domande sono ancora sulla bocca della gente, sono nel loro modo di vivere, come lo erano un tempo anche nel nostro. Ma non occorre andare fisicamente in India, non occorre viaggiare lontano, fuori da s, per capire. Chi muore davvero di questa sete di sapere non ha che da riscoprire la fonte, la propria fonte. Lacqua  sempre la stessa. 
...
.
...
ARRIVO.
...
.
...
NELLE NUVOLE.
...
.
...
Alla fine tutto va messo alla prova: le idee, i propositi, quel che si crede di aver capito e i progressi 
che si pensa di aver fatto. E il banco di questa prova  uno solo: la propria vita. A che serve essere stati 
seduti sui talloni per ore e ore a meditare se non si  con questo diventati migliori, un po pi distaccati 
dalle cose del mondo, dai desideri dei sensi, dai bisogni del corpo? A che vale predicare la non violenza 
se si continua a profittare del violento sistema delleconomia di mercato? A che serve aver riflettuto 
sulla vita e sulla morte se poi, dinanzi a una situazione drammatica, non si fa quel che si  detto tante 
volte bisognerebbe fare e si finisce invece per ricadere nel vecchio, condizionato modo di reagire? 

Finch stavo nel mio rifugio a tremila metri sulle montagne la contraddizione fra quel che pensavo e 
quel che facevo, fra chi ero e chi volevo essere non si poneva mai. Non ce nera loccasione. Vivevo da 
solo, praticamente nellunica dimensione della coscienza e non ero mai costretto a fare grandi scelte. 
Ma anche per me il momento della verifica venne e venne nel modo che mero immaginato: durante 
una visita a New York. 

Avrebbe dovuto essere una visita di routine. Erano passati pi di cinque anni dallinizio del mio 
viaggio, stavo bene e gli aggiustatori avrebbero potuto classificare il mio caso fra quelli di successo, 
anche se poi, come aveva detto il medico del mercurio di Dehra Dun, avrei potuto morire un anno 
dopo senza che questo per andasse a sciupare le statistiche dellMSKCC. Contavo di rimanere a New 
York non pi della solita settimana necessaria e di essere di ritorno a Firenze in tempo per partecipare 
al Social Forum e alla grande manifestazione per la pace. Ma Bhagawan a cui, come a me, non deve 
piacere la routine, si fece delle gran risate a quei miei piani e predispose, forse per darmi unaltra 
lezione, che tutto andasse storto. A cominciare dallo stesso arrivo a New York. 

Nella fila che si fa all'Immigrazione, Angela era immediatamente avanti a me. Il suo passaporto era 
gi stato stampigliato con un visto di tre mesi quando il funzionario prese il mio, lo guard pagina per 
pagina, guard me, introdusse il mio nome nel computer e in qualche modo arriv a una conclusione 
che lo spinse a riprendersi immediatamente anche il passaporto di Angela, a uscire dal suo stabbiolo e a 
dirci: Seguitemi. 

La barba? I miei vari visti pakistani? Quello per lAfghanistan? O una segnalazione dellambasciata 
americana a Roma che, a proposito di certi passaggi delle Lettere contro la guerra, aveva pubblicamente 
registrato la sua protesta? 

Finimmo presi in consegna da un altro funzionario e fatti accomodare in una saletta dove su file di 
poltroncine di plastica, in silenzio, aspettavano preoccupati gli altri sospetti. Sospetti di terrorismo, 
ovviamente. Come me, molti degli altri uomini avevano lunghe barbe; le mogli per avevano la testa 
coperta da scialli neri. Erano musulmani pakistani, sauditi, yemeniti. 

Aspettammo per una mezzora, poi un ufficiale mi chiam a un bancone in cui lui sedeva in alto e io 
dovevo parlargli a naso in su. Disse che quello di entrare negli Stati Uniti non era un mio diritto e che toccava a lui decidere se negarmi o accordarmi un visto di ingresso. Spiegai che era lennesima volta che venivo l, mostrai le e-mail con la conferma dei miei appuntamenti allMSKCC e il biglietto col volo di ritorno confermato. Domande, risposte, una lunga trattativa, poi alla fine: La prossima volta per lei deve chiedere un visto prima di partire, disse restituendomi il passaporto finalmente stampigliato. Tirammo un respiro di sollievo. Mi era andata bene. O forse male? 

Se quel funzionario, invece di farmi entrare, mavesse rimesso sul primo aereo e mavesse rimandato 
a casa, allora mi sarebbe parso un disastro. Ma oggi?  sempre cos difficile giudicare il senso di quel che ci capita nel momento in cui ci capita e bisognerebbe imparare, una volta per tutte, a dare meno peso a quella distinzione -bene o male, piacere o dispiacere -visto che il giudizio cambia col tempo e spesso il giudizio stesso finisce per non avere alcun valore. 

Ora guardo allindietro e vedo che se mi fosse stato impedito di entrare negli Stati Uniti e di andare allospedale mi sarei almeno risparmiato tutto quel che segu. E anche quello, sarebbe stato un bene o un male? una fortuna o una sfortuna? 

Ma il visto lavevo e la mattina dopo, puntuale, allospedale ci andai. Rividi gli aggiustatori, dissi loro che mi sentivo in gran forma, ero pieno di energie, avevo un grande appetito, non avevo dolori da nessuna parte, potevo fare lunghe passeggiate senza stancarmi, e soprattutto ero in pace. Anche loro, dopo avermi visitato, parvero daccordo. Ma non le loro macchine! Specie quel serpentaccio con una luce in testa che lo Speleologo manovrava nei recessi pi oscuri del mio corpo anestetizzato. Secondo le macchine stavo tuttaltro che bene: il mio amico interno aveva cominciato a occupare uno dei miei organi e quel pezzo di me andava tagliato via e presto (cattiva notizia). Ma ero fortunato: il miglior chirurgo dellospedale era libero e poteva occuparsi del mio caso (buona notizia). 

Era quella unoperazione di cui Mahadevan, il medico del posto da cui  stata scoccata la freccia, avrebbe detto che mi disturbava inutilmente? Forse s. Era una di quelle decine di migliaia che, si sa, vengono fatte ogni anno ingiustificate negli Stati Uniti? La pressione a sottopormici fu forte. In un mese e mezzo mi sarei ristabilito e lentamente mi sarei abituato a vivere anche senza quellimportante pezzo, mi venne detto. Accettai. 

Fortunatamente unamica fiorentina ci offr uno studio, alto sui tetti della citt, in un residence a Gramercy Park e cos potemmo lasciare lalbergo. Ma anche quella fu unavventura di cui cera da 
disperarsi o semplicemente da ridere. Quando il taxi con cui ci trasferimmo si ferm davanti al vecchio, elegante edificio dove, secondo le complicate regole delle cooperative di New York, dovevamo essere accettati come ospiti temporanei e affidabili della nostra amica proprietaria, la porta della vettura si richiuse improvvisamente sbattendo sulla mia testa e io mi presentai mezzo svenuto e grondante di sangue al sussiegoso portiere. Gli lasciammo le valigie per correre via al pi vicino ospedale, dove poi scoprimmo venivano trattati soprattutto i casi urgenti di drogati, e l il buco nel cuoio capelluto mi fu ricucito con sei punti da un giovanissimo apprendista medico che, mi confess, faceva quel lavoro per la prima volta. 

Tornati dal portiere, rimanemmo di stucco a vedere che nellingresso di quel vecchio residence per 
artisti, scrittori e attori smessi cera una bara bianca da cui usciva, in dimensioni umane, la morte secca avvolta in un mantello nero, con in mano la falce e due lampadine rosse intermittenti, a mo di occhi di fuoco, che le uscivano dal teschio. LAmerica celebrava Halloween! Cattivo o buon auspicio?

Incontrai il chirurgo e mi piacque. Gli dissi di togliere pure tutti i pezzi che riteneva necessario e, gi che cera, di togliermi anche quella brutta ernia che mi portavo dietro. Rise. Non poteva farci nulla. Quel che segu -la preparazione per loperazione, le preghiere, i tubi, lanestesia -procedette nel modo che gi conoscevo. Non ero pi neppure curioso. Quando mi risvegliai per, ancora nella confusione prodotta dalle droghe, chiesi per prima cosa quanti pezzi mi avevano tolto e sentii una voce rispondere: Nessuno. 

Nessuno? Allora, tutto per nulla? Esattamente. Una volta apertami la pancia, il chirurgo si era cos sorpreso e preoccupato di quel che aveva visto che aveva preferito lasciare tutto comera e richiudere con cinquantotto punti il taglio appena fatto. La sua, una decisione giusta o sbagliata? Un bene o un male? 

I vecchi aggiustatori che mi avevano tenuto in vita per cinque anni e che forse con le loro cure 
avevano anche contribuito alla nuova situazione -di quel rischio ero sempre stato consapevole -, erano dispiaciutissimi e in qualche modo tocc a me consolarli quando mi vennero a trovare. Oramai non ero pi un caso loro. Di me si doveva occupare un loro collega esperto della nuova combinazione di malanni. 

Il tipo era antipatico. Mi si present stravaccato sulla sedia del suo ufficio, con in bocca la gomma da masticare e ai piedi le scarpe da ginnastica. Lo vidi e capii che con lui non volevo aver niente a che fare. Cos quando, dopo aver letto cartelle e referti, mi propose di cominciare immediatamente, il giorno dopo, una nuova, potentissima chemioterapia, la conversazione fu breve. 

Con quali vantaggi?, chiesi. Eventualmente sei mesi di vita in pi, disse. Altrimenti? 
Altrimenti lei non ce la far. E aggiunse una di quelle frasi che un bravo medico si dovrebbe 
sempre risparmiare, ma che specie negli Stati Uniti, ora anche per ragioni giuridiche, vengono sempre pi frequentemente dette: Se fra un anno lei  ancora a giro, entra nella storia della medicina. 

Quella di entrare nella storia della medicina non era mai stata una mia aspirazione, ma l per l lo divenne e quando gli risposi: No. Grazie. Non faccio pi alcuna chemioterapia, mi sembr che il Masticatore di Gomma ci rimanesse male come uno che deve cedere un cliente alla concorrenza. 

E la concorrenza non era un medico simpatico o una medicina alternativa. Era la pace invece di una 
nuova guerra. Non mi arrendevo. Non rinunciavo affatto a curarmi. Volevo solo curarmi in un modo 
diverso. E il mio modo questa volta era decisamente quello di tornare in armonia con lordine 
cosmico. 

La mia pancia era un campo di battaglia, ma la mia testa no e la decisione fu netta e senza 
ripensamenti. Non avevo rifiutato i medici e la loro scienza, ma non mi sentivo pi cos dipendente da loro come cinque anni prima. I medici possono essere dei buoni consiglieri, ma la decisione finale sul che fare o non fare tocca al paziente perch quella decisione, in ultima analisi, non  n scientifica, n pratica.  esistenziale. E a ognuno spetta decidere come vuole ancora vivere. 

Le medicine? Col medico di Dehra Dun avevo davvero smesso di cercarne e non volevo 
ricominciare da capo. Cinque anni prima avevo fatto tutto quel che mi era stato suggerito. Allora 
volevo vivere fisicamente di pi e lAmerica con la sua scienza davanguardia mera parsa la giusta 
soluzione. Ci avevo creduto. Ora non pi. 

E poi. Una nuova chemioterapia in America? Mai. Dovunque non si parlava che di guerra. Con 
lAmerica del dopo 11 settembre, del dopo Afghanistan, con lAmerica che si preparava ad invadere 
lIraq mi sarebbe stato impossibile avere lo stesso rapporto di un tempo. Lospedale stesso era 
cambiato. Cos latmosfera di New York. La violenza che prima avevo sentito scorrere sotterranea, ora esplodeva apertamente dovunque e non volevo pi avere a che fare con le guerre americane. Ne avevo abbastanza delle loro bombe intelligenti che uccidono civili innocenti, del loro uranio impoverito che per cominciare ammazza di cancro i loro stessi soldati; ne avevo abbastanza dei loro potenti cocktail di chemioterapia, della loro cancerogena radioterapia. Volevo la pace. 

Tutta lesperienza che avevo accumulato negli ultimi anni sulla strada e poi nel mio rifugio 
nellHimalaya, tutto quel che avevo pensato o intuito veniva ora a un nodo. Questa era la grande sfida a cui mi ero preparato. Il resto era letteratura. 

I vecchi maestri sufi consideravano la morte improvvisa una disgrazia, una maledizione diddio, 
perch impediva loro di prepararcisi e di apprezzarla. Io non avevo questo problema. Ci avevo pensato, mi ci ero esercitato e niente come quella condanna del Mangiatore di Gomma serviva ora a mettermi alla prova e a stabilire quanta verit cera nel mio preteso distacco. 

I pazienti tendono a ricordare quel tipo di condanna e ad arrendersi come se la sentenza fosse 
irrevocabile. Spesso quelle poche parole diventano una profezia che il paziente stesso finisce per 
rendere vera perch gli toglie quellultima forza da cui, ancor pi che dalle medicine, dipende la sua salvezza: la volont di vivere. Ovviamente anchio mi ricordai la previsione del Masticatore di Gomma, ma la misi insieme ad altre che avevo sentito sul mio futuro e non me ne feci unossessione. La misi assieme alla previsione del Swami secondo cui sarei vissuto almeno fino al 2006 e a quella della dottoressa cinese di Hong Kong che aveva sentito dentro di me ancora tanta vita da vivere. E se si erano sbagliati loro? Poco importa. Dopotutto, fra i vari esercizi fatti negli ultimi tempi mero dedicato alla riduzione dei bisogni e alla rinuncia ai desideri. Tutti i desideri. Certo anche quello di una lunga vita! 

In famiglia, Angela e i figli mi capirono. Mi cap Leopold a cui scrissi che ora volevo vivere con 
ancor pi gioia di prima. Da Odessa, dove ora abita, mi rispose con une-mail: Non c niente che io ti possa consigliare, perch i consiglieri sono raramente quelli che pagano, ma sento forte dentro di me che fai bene a preferire una pace vigile alla guerra, chimica o chirurgica che sia. Non c niente da aspettarsi dalla guerra e tutto dalla pace. 

Mi cap persino il chirurgo che mi aveva aperto e richiuso. Prima di lasciare New York volli 
ringraziarlo. Era stato bravissimo. Aveva dominato il suo Io, era andato contro il suo orgoglio di 
chirurgo capace di tagliare tutto il tagliabile. Si era messo contro lorganizzazione. Tutto era previsto per un intervento di ore e ore; medicine, assistenti e infermieri erano schierati. Tutto, compresa la sua parcella, era stato pagato in anticipo e lui allultimo momento, con uno dei miei vecchi, cari aggiustatori che lo chiamava sul cellulare chiedendogli di andare avanti e di provare il tutto per tutto, aveva deciso di non fame di nulla. 

Andai a dirgli che gli ero grato, che sarei tornato a vivere nellHimalaya e che mi sarei curato vivendo in pace e in solitudine. Mi guard con curiosit come intravedesse qualcosa che lo interessava e, stringendomi la mano, disse: Ah, la mente che controlla la materia!? Mi faccia sapere. 

Tornammo a Firenze. Avevo perso tutto quel che di bello e di nuovo cera successo durante il Social 
Forum, ma fui almeno in tempo a partecipare alla grande fiaccolata per la pace. In quella occasione feci il primo e ultimo comizio della mia vita dalla scalinata della chiesa di Santo Spirito con due ubriachi che cercavano di togliermi il microfono per dire la loro sullo stato del mondo. Era notte e la piazza era una tremolante distesa di luci e di bandiere multicolori con su scritto PACE. Commovente.

Se quella mia vecchia citt, un tempo dignitosa e austera, ma diventata sciatta e bottegaia, era in 
grado di mettere in strada cos tanta gente, soprattutto tantissimi giovani spinti dal comune rifiuto della guerra, la speranza che lumanit potesse fare un qualche passo avanti non era del tutto morta. Avevo visto qualcosa di simile succedere in altri posti dItalia dove ero andato a parlare di non violenza, nelle scuole, ai giovani prima che anche il loro cervello diventi irreversibilmente globalizzato. Poteva succedere ovunque. E non solo da noi, non solo in Europa. 

I segni di quella rivoluzione, non politica, ma interiore, che mi sembra ormai la sola possibile e di cui vorrei ancora esser parte, mi parevano manifestarsi in vari modi, ovunque. E sempre di pi. Si manifestano allinterno delle stesse religioni istituzionalizzate -persino nellIslam -, nei movimenti noglobal, nei gruppi per i diritti umani, in quelli di volontariato ed ecologisti. Si manifestano fra i giovani che non intendono rinunciare a sognare, fra le donne decise a riportare lelemento femminile nella gestione delle cose umane. Sono convinto che ormai a giro per il mondo, fra la gente pi diversa, sta crescendo una nuova coscienza di che cosa  sbagliato e di che cosa va fatto. Questa nuova coscienza , a mio parere, il grande bene del nostro tempo. Va coltivata. 

Da l, da quella coscienza e non da una nuova religione, un nuovo profeta, un nuovo dittatore o 
liberatore, verr la guida spirituale del futuro. La soluzione  dentro di noi, si tratta di conquistarla facendo ordine, buttando via tutto ci che  inutile e arrivando al nocciolo di chi siamo. Pi che assaltare le cittadelle del potere, si tratta ormai di fare una lunga resistenza. Bisogna resistere alle tentazioni del benessere, alla felicit impacchettata; bisogna rinunciare a volere solo ci che ci fa piacere. Bisogna non abbandonare la ragione per darsi alla follia, ma bisogna capire che la ragione ha i suoi limiti, che la scienza salva, ma anche uccide e che luomo non far alcun vero progresso finch non avr rinunciato alla violenza. Non a parole, nelle costituzioni e nelle leggi che poi ignora, ma nel profondo del suo cuore. 

La strada da percorrere  ovvia: dobbiamo vivere pi naturalmente, desiderare di meno, amare di pi e anche i malanni come il mio diminuiranno. Invece che cercare le medicine per le malattie cerchiamo di vivere in maniera che le malattie non insorgano. E soprattutto, basta con le guerre, con le armi. Basta coi nemici. Anche quello che faceva impazzire le mie cellule non era tale. Al momento siamo noi i nemici di noi stessi.

Bisogna riportare una dimensione spirituale nelle nostre vite ora intrappolate nella pania della materia. Dobbiamo essere meno egoisti, meno presi dallinteresse personale e pi dedicati al bene comune. Bisogna riscoprire il senso di quel meraviglioso, lapidario messaggio sulla facciata del duomo di Barga in Garfagnana che lessi da ragazzo durante una gita scolastica e che da allora m rimasto impresso nella memoria. Piccolo il mio, grande il nostro.

Poco prima di Natale partii per lIndia e il mio eremo himalayano. Lidea era di andare a vivere sanamente, scrivendo questo libro e respirando in silenzio, a pieni polmoni, laria pulita e la grandezza delle montagne. Aggiunsi altri pezzi di me a quelli a cui dovevo internamente sorridere al mattino durante i miei esercizi e passai varie ore al giorno seduto dinanzi al piccolo computer alimentato dallenergia del sole. Alla mia dieta, sempre vegetariana, aggiunsi anche una pozione di erbe che Angela, meno scettica di me sui miracoli era andata a procurarsi prima ad Hong Kong, poi nel Nord della Cina dove viene prodotta. Secondo me non era molto diversa dalla pozione del Fungo delle Nuvole, ma questa era in pi carica del suo affetto e della sua determinazione ad aiutarmi. Cos la presi regolarmente, senza discutere. E continuo a farlo. 

La neve, le prime piogge, il monsone, lautunno, poi di nuovo la neve. Il tempo vol via e, senza che me ne accorgessi, senza che mi sentissi diverso da prima, finii per entrare nella storia della medicina. Non posso sapere quanto ci rester. N mi interessa particolarmente. Al momento ho altri problemi cui dedicarmi. 

Uno  che non sono ancora riuscito ad avere un rapporto giusto col tempo e a considerare il mio tempo come tempo per gli altri al modo in cui faceva il Swami. Mi piacerebbe tanto arrivarci!

Laltro problema  che continuo a identificare la pace interiore con la solitudine, la mia armonia col vivere in un eremo in montagna. La lontananza dal mondo  ancora una condizione necessaria del mio stare in equilibrio. E questo  un segno che ho ancora molto da lavorare. Per questo ho cominciato da poco a fare un esercizio che i tibetani, i sufi e tanti altri hanno fatto per secoli. Disteso per terra guardo il cielo. Contro lazzurro si muovono, leggere, delle nuvole. Ne fisso una, la seguo, mi ci identifico.

Presto divento quella nuvola e, come quella nuvola, senza peso, senza pensieri, senza emozioni, senza desideri, senza resistenza, senza direzione mi lascio andare nell'immenso spazio del cielo. Non ci sono sentieri da seguire, non una meta da raggiungere. Semplicemente vagare, aleggiare, vuoto come la nuvola. E come la nuvola cambio forma, prendo tante forme, poi divento evanescente, mi disfaccio, scompaio. La nuvola non c pi. Io non ci sono pi. Resta solo la coscienza, libera, senza legami, una coscienza che si espande.

Ho cominciato a fare questesercizio sul mio crinale sopra lo strapiombo. Ora debbo imparare a farlo dovunque: su un prato nellAppennino, sulla terrazza della casa a Firenze o al margine di unautostrada. Se riesco a immagazzinare quel senso di vuoto della materia, cos come credo di aver finalmente capito che il silenzio  una dimensione interiore e non fisica, avr fatto un passo avanti, smetter di considerare il quotidiano come una piovra dalle mille braccia, il tempo come mio e a dover scappare nellHimalaya per sentirmi in pace. Ci lavoro.

Un lieto fine questo? E che cos lieto, in un fine? E perch tutte le storie ne debbono avere uno? E quale sarebbe un lieto fine per la storia del viaggio che ho appena raccontato?  e visse felice e contento? Ma cos finiscono le favole che sono fuori dal tempo, non le storie della vita che il tempo comunque consuma. E poi chi giudica ci che  lieto e ci che non ? E quando?

A conti fatti anche tutto il malanno di cui ho scritto  stato un bene o un male?  stato, e questo  limportante.  stato, e con questo mi ha aiutato, perch senza quel malanno non avrei mai fatto il viaggio che ho fatto, non mi sarei mai posto le domande che, almeno per me, contavano.

Questa non  unapologia del male o della sofferenza -e a me ne  toccata ancora poca.  un invito a guardare il mondo da un diverso punto di vista e a non pensare solo in termini di ci che ci piace o meno. E poi: se la vita fosse tutto un letto di rose sarebbe una benedizione o una condanna? Forse una condanna, perch se uno vive senza mai chiedersi perch vive, spreca una grande occasione. E solo il dolore spinge a porsi la domanda.

Nascere uomini, con tutto quel che comporta,  forse un privilegio. Secondo i Purana, le antiche storie popolari indiane, persino le creature celesti a cui tutto era dato e che conoscevano solo il bello, il bene, la gioia, dovevano a un certo punto nascere uomini, appunto perch anche loro potessero scoprire il contrario di tutto questo e capire il significato della vita. E la prova non pu essere che su se stessi. Bisogna personalmente fare lesperienza per capire. Altrimenti si resta solo alle parole che di per s non hanno alcun valore, non fanno n bene n male. Gandhi conosceva questa verit e la praticava.

Un giorno una madre gli port suo figlio. Aveva quindici anni e il medico gli aveva ordinato di non mangiare pi zucchero altrimenti la sua vita sarebbe stata in pericolo. Il ragazzo non sentiva ragione, continuava a rimpinzarsi di dolciumi e la madre sperava che Gandhi la potesse aiutare. Gandhi ascolt, poi disse: Ora non posso farci niente. Tornate fra una settimana.

Quando tornarono, Gandhi prese il ragazzo da parte e gli parl. Da allora il ragazzo non tocc pi niente di dolce. Gandhi-ji, come hai fatto?, gli chiesero i suoi seguaci. Semplice, rispose la Grande Anima. Per una settimana io stesso non ho toccato zucchero e cos, quando ho parlato a quel ragazzo sapevo cosa voleva dire non mangiarlo e sono stato convincente. Ah, Gandhi!

Poco prima che fosse assassinato qualcuno gli chiese quale fosse il messaggio della sua vita. E lui rispose: La mia vita  il mio messaggio. 

Pochissimi possono dire cos, eppure ognuno di noi, a suo modo, pu aspirare a qualcosa con cui riassumere la propria. A me a volte viene in mente un cerchio. Vedo un pittore cinese con un grande pennello intriso di inchiostro di china che si concentra davanti a un grande foglio di carta di riso e che poi, ispirato, con la mente assolutamente quieta, con un unico, ampio gesto della mano fa e chiude un gran cerchio. A volte invece penso a quel monaco zen che rise e rise fino allultimo respiro cos che persino i suoi pi stretti discepoli non riuscirono a piangere quando se ne and.

E poi, perch piangere? La morte non  sempre, necessariamente una brutta notizia. 

Sulla via da Delhi ad Almora, una volta che la strada, lasciata la pianura, comincia a inerpicarsi lungo le gole dei torrenti himalayani, acquattato in una valle c un ashram dai tetti rossissimi, famoso per aver ospitato un grande sadhu, Nim Karoli Baba. Un omone corpulento e caloroso, Baba con la sua semplicit e i suoi poteri aveva attratto attorno a s alcune decine di hippy occidentali fra cui Richard Alpert, un americano, professore di psicologia cacciato nel 1963 da Harvard perch sperimentava col suo amico e collega Timothy Leary gli effetti delle droghe psichedeliche. Si racconta che una volta Leary per sfidare il potere del Baba nel controllare il suo stato di coscienza gli dette una manciata di pillole di LDS -pare fossero una decina -e quello le mand gi senza che gli facessero assolutamente nulla. Alpert divenne un fedelissimo seguace di Baba e, col nome di Ram Dass, il servitore di Ram, scrisse della sua esperienza con lui in vari, popolarissimi libri che hanno cambiato la percezione dell'India e della sua spiritualit fra tanti americani. Una delle storie che Ram Dass racconta sul suo guru  questa.

Un giorno venne di corsa allashram un uomo e implor Nim Karoli Baba dandare con lui a casa di un suo parente. Quello stava malissimo e solo Baba poteva farci qualcosa. No. Non ci vengo, rispose secco Baba, ma quando torni, dagli questa banana e vedrai che tutto andr bene. Luomo corse a casa, fece mangiare la banana al malato e quello, appena finito lultimo boccone, serenamente mor.

Era andata bene, come aveva detto il Baba. Era morto in pace. Eppure noi insistiamo a pensare che bene avrebbe dovuto voler dire che quello guariva e viveva tanti anni ancora. Ma perch?  proprio in questo continuare a distinguere fra ci che ci piace e non ci piace che nasce la nostra infelicit. Solo accettando che tutto  Uno, senza rifiutare nulla riusciamo forse a calmare la nostra mente e ad acquietare langoscia.

Lashram di Nim Karoli Baba  ancora oggi meta di migliaia di pellegrini nonostante lui abbia lasciato il suo corpo nel 1973. Anche questa, che bella espressione per togliere tristezza alla morte! Ci proviamo anche noi dicendo  andato nel mondo dei pi,  passato a vita migliore, ma in fondo noi continuiamo ad addolorarci. 

Certo anchio non sono indifferente a quel che mi succede. Cerco solo di non esserne schiavo e vorrei davvero arrivare a quel distacco che un grande poeta ha descritto con questo famoso haiku: 
..
Lombra del bamb spazza gli scalini di pietra 
Ma la polvere resta. 
La luna si riflette sul fondo dello stagno 
Ma non tocca lacqua. 
...
La storia di questo viaggio non  la riprova che non c medicina contro certi malanni e che tutto quel che ho fatto a cercala non  servito a nulla. Al contrario: tutto, compreso il malanno stesso,  servito a tantissimo.  cos che sono stato spinto a rivedere le mie priorit, a riflettere, a cambiare prospettiva e soprattutto a cambiare vita. E questo  ci che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi. Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale. Lultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto dal quale si vede il mondo o sul quale ci si pu distendere a diventare una nuvola, quellultimo pezzo va fatto a piedi, da soli. 

Io provo. Sto bene, ho forze, ma non me ne vanto, n me ne rallegro. Continuo a fare quel che ora mi pare giusto fare, senza aspettarmi risultati, senza sperare in ricompense, senza formulare desideri .. tranne quello di arrivare a non aver pi bisogno di tempo per me e dedicare quello che mi resta agli altri. Avevo molto invidiato nel Swami questo suo atteggiamento e mi piacerebbe davvero, pur essendo ancora lontano da moksha, fame la meta del mio prossimo viaggio. A volte anche una sola parola, un gesto possono bastare a far cambiare direzione a una vita e tanti, tanti, specie fra i giovani cercano questoccasione.

Angela, venuta a trovarmi nel mio eremo, si divertiva a vedere come acchiappavo con un fazzoletto le mosche entrate nella mia stanza per poi liberarle dalla finestra. Divertiva anche me, non perch pensassi che fossero la reincarnazione di qualcuno, ma perch mi pareva un modo per essere in armonia con gli altri esseri viventi, unoccasione per non togliere vita alla vita. Solo unintuizione, visto che non ho bisogno di credere, di avere fede, di essere sicuro di nulla. Vivo ora, qui, con la sensazione che luniverso  straordinario, che niente, mai ci succede per caso e che la vita  una continua scoperta. 

E io sono particolarmente fortunato perch, ora pi che mai, ogni giorno  davvero un altro giro di giostra. 
...
.
...
FINE.